La prigione del peso. L'ossessione della bilancia. Il vortice dei 'soliti' comportamenti alimentari


 

Lo psicoterapeuta Emanuel Mian sostiene che nella società contemporanea, la bilancia, da semplice strumento di misurazione, è diventata un giudice imparziale e inflessibile di chi siamo. Quel numero che appare sul display comunica alle persone il loro valore.

Gli studi indicano che il peso è uno dei problemi del nostro tempo, che la società impone di essere magri. Cibo, dieta e forma fisica, sono tra gli argomenti più cliccati in Internet. L'attenzione al peso è presente sia negli uomini che nelle donne di ogni età. I social media, la pubblicità e le riviste cartacee, mostrano immagini di donne con un corpo magro, affusolato, filiforme e uomini privi di “pancetta” con un fisico tonico e scolpito. Il messaggio che vine passato è che la magrezza è indice di successo. Profili e immagini di questo genere sui social, ottengono innumerevoli likes, i quali determinano l'accettazione sociale e la stima da parte degli altri, soprattutto da parte di se stessi. Aumentando o diminuendo di conseguenza, la fiducia in se stessi.

Il mito della magrezza, la ricerca della forma fisica, il timore per il numero che indica la bilancia, il pensiero costante per il cibo, portano a una distorsione dell'immagine di sé e della percezione di sé. La conseguenza di ciò è lo sviluppo di una una scarsa autostima, un senso di vergogna e di fallimento. Maria Grazia Giannini, presidente di Consult@noi, riferisce che gli studi rivelano che i bambini cominciano a preoccuparsi del proprio aspetto fisico a partire dalle scuole elementari. Questo dato indica che l’origine del complesso fisico ha origine in famiglia. Spesso sono i genitori o le figure parentali di riferimento che pongono l'attenzione sull'aspetto fisico. Proponendo ai figli un modello di fisico magro e di conseguenza passando loro l'idea che chi è magro è accettato e considerato migliore degli altri. Può accadere anche che la troppa pressione familiare verso l'attività fisica e la dieta, spinga i ragazzi a rifiutare tale regime e sviluppare un forte sovrappeso. In ogni caso, il non raggiungimento degli obiettivi e la delusione delle aspettative familiari determina nel ragazzo un grande senso frustrazione e una diminuzione dell'autostima per non essere riuscito a raggiungere quel peso, per non essere all'altezza nel confronto con gli altri.

È importante educare i figli fin da piccoli affinché acquisiscano abitudini e modelli alimentari alimentari sani. Il riconoscimento di fame e sazietà, e di altri bisogni fisiologici, dipendono dalla combinazione specifica di una percezione interna e di una conferma esterna, che consiste in una risposta e in un riconoscimento empatico. Stern parla di “sintonizzazione affettiva” della madre con gli stati d’animo del bambino, la quale è alla base della percezione di sé come essere agente, dotato di intenzionalità e individualità. Le capacità inizialmente possedute dal bambino sono limitate e poco sviluppate, l'interazione con la madre favorisce lo sviluppo di nuove abilità. Se la madre risponde in maniera adeguata ai bisogni del bambino, lo aiuterà nella regolazione degli stati emotivi ed affettivi. Se le risposte che il bambino riceve non sono adeguate al bisogno espresso, svilupperà uno stile di autoregolazione caratterizzato da una aspettativa negativa rispetto ai propri sforzi, che potrà determinare lo sviluppo di disturbi alimentari (Speranza, 2001). Le osservazioni condotte su bambini con disturbi della regolazione alimentare nei primi mesi di vita evidenziano comportamenti di imprevedibilità e di incoerenza del caregiver durante l’allattamento. È emerso che i bambini con disturbo alimentare mostravano segnali comunicativi limitati e le loro madri erano meno recettive e meno cooperative, manifestando comportamenti arbitrari, direttivi e controllanti, sia durante l’alimentazione che nelle situazioni di gioco.
 

Nella cultura occidentale esiste il pregiudizio sul peso, cioè una persona in sovrappeso o obesa è oggetto di stereotipi negativi. Spesso i familiari sono i primi a mettere in atto comportamenti e/o fare affermazioni cariche di pregiudizio nei confronti dei propri familiari in sovrappeso o obesi. Spesso il peso eccessivo crea difficoltà nelle relazioni amicali e nei rapporti di coppia. Chi è grasso viene preso in giro, magari con sarcasmo, anche in età adulta. Inoltre, questi soggetti presentano difficoltà d movimento, disagio fisico, frustrazione per la propria stazza. Ne consegue una tendenza ad isolarsi e ad essere isolati socialmente. Anche durante il percorso di studi le persone obese hanno difficoltà maggiori; possono subire atti di ostracismo ed essere vittime di bullismo. In ambito lavorativo gli studi evidenziano che ad esempio le persone in sovrappeso o obese che partecipano a selezioni per lavori che, ad esempio nel settore vendite o che richiedono interazioni faccia a faccia, sono discriminate; hanno meno possibilità di essere assunte. Inoltre rispetto ai colleghi normopeso, i lavoratori obesi o in sovrappeso, hanno minori probabilità di essere promossi; ricevono retribuzioni inferiori; hanno maggiore probabilità di essere licenziati.

La cultura occidentale, tende ad etichettare le persone obese come pigre, deboli, senza forza di volontà, poco intelligenti e senza disciplina o controllo, sciatte, negligenti, svogliate, poco competenti, emotivamente instabili.

Il pregiudizio sul peso può implicare comportamenti alimentari dannosi. La persona in sovrappeso o obesa tende, sotto stress, a sfogarsi proprio con il cibo invece di adottare strategie più salutari di gestione della tensione e dell’ansia. Il sovrappeso o l’obesità sono essi stessi motivo di stress, soprattutto relazionale; si viene così a creare un circolo vizioso. Chi è in sovrappeso o obeso è meno propenso a intraprendere un’attività fisica. Le persone obese difficilmente frequentano le palestre in quanto si sentono osservate, svalutate, prese in giro, fanno paragoni tra sé e gli altri. Ciò che consegue a tali confronti sono senso di vergogna e inadeguatezza, che confermano il circolo di emozioni negative. L’eccesso di peso rende difficoltoso il movimento, la respirazione, schiaccia gli organi, provoca dolore alle articolazioni, alla colonna ed ai muscoli. È faticoso e spostarsi e camminare, con conseguenti limitazioni a livello interpersonale come l'incontrare nuove persone; difficoltà a svolgere attività sociali e ricreative piacevoli e difficoltà a svolgere semplici attività quotidiane. Tutte queste difficoltà, peggiorano la sedentarietà della persona in sovrappeso o obesa, facilitando l’aumento di peso. Si instaura quindi un pericoloso circolo vizioso, che a livello psicologico sfocia in: depressione, che si esplicita nella difficoltà nella progettualità, nella vita sociale e relazionare in genere; ansia per continua preoccupazione del proprio peso; bassa autostima “non sono in grado di fare nulla”, “gli atri pensano che io sappia solo mangiare”.

I pregiudizi negativi derivano dal fatto che comunemente si crede che il comportamento alimentare e il conseguente peso della persona, sia totalmente sotto il proprio controllo e che, se si è grassi è colpa della persona stessa. Purtroppo l’aumento di peso non dipende solo dalla propria volontà ma anche da fattori genetici, sociali e psicologici. L’eziopatogenesi dei disturbi dell'alimentazione è di tipo multifattoriale.

Le emozioni sono gli elementi psicologici maggiormente associati all’obesità e al sovrappeso. Lo stato emotivo di una persona è collegato al suo appetito, al suo comportamento ogni volta che deve mangiare e anche alle preferenze alimentari. Le emozioni hanno un’influenza diretta sul nostro appetito. Per esempio, ci sono persone che quando sono in ansia tendono a mangiare di più, mentre ad altre si chiude lo stomaco.

Un elevato numero di persone in sovrappeso e obese usano il cibo come un mezzo per regolare le emozioni. In caso di frustrazione, noia o ansia, la persona mangia e in quel momento si sente meglio, più rilassata. In questo modo si crea un forte condizionamento tra l’atto di mangiare e la riduzione del malessere, seppur in molti casi emerga poi il senso di colpa e il rimorso. La spasmodica ricerca di cibo consolatorio, viene vissuta come la ricerca di uno spazio che sia proprio. Riempire il buco che si sente nello stomaco è il tentativo di riempire un buco interiore. Le crisi compulsive da cibo, sono determinate da una alterazione di coscienza, panico, ansia, perdita della nozione del tempo, odio, schifo e paura. Durante l'abbuffata la persona mangia in un periodo di tempo relativamente contenuto, una quantità di cibo significativamente maggiore di ciò che normalmente mangerebbe nello stesso intervallo e nelle stesse circostanze, vi è quindi la sensazione di perdita di controllo. Solo dopo l'abbuffata la persona riacquista lucidità e constatata di aver ingurgitato migliaia di calorie in pochi minuti, spesso non ricorda nemmeno cosa ha ingerito.

L'abbuffata compulsiva è la strategia principalmente utilizzata dai soggetti obesi nella riduzione e regolazione degli stati emotivi non desiderabili, in particolare sembrerebbe funzionale ad evitare o ridurre sensi di colpa nel breve periodo, piuttosto che emozioni di paura, ostilità o tristezza (Berge et al., 2015).

Le abitudini comportamentali vincolate alla routine quotidiana, gli alimenti e il comportamento alimentare, predispongono o condizionano l’obesità e il sovrappeso. I soggetti obesi o in sovrappeso sono incapaci di posticipare la gratificazione immediata, preferiscono i vantaggi istantanei e del cibo appetitoso, piuttosto che i benefici legati al raggiungimento di obiettivi a lungo termine che si manifesterebbero nel non accumulare ulteriore peso.

La scelta del cibo e della sua quantità possono essere fortemente influenzati dalle loro caratteristiche, come ad esempio gusto, colore e consistenza al punto che l’esposizione a stimoli alimentare altamente appetitosi può bypassare i segnali di sazietà e condurre ad una iperalimentazione. Secondo la teoria, delle dipendenza da cibo, il cibo e l’atto di mangiare attivano le stesse vie cerebrali di rafforzamento che vengono attivate dalle sostanze psicoattive, come l’alcol e le droghe. Nell'obesità infatti si è riscontrato, l'importanza del ruolo del sistema di ricompensa nella motivazione ad alimentarsi; un consumo eccessivo di cibo potrebbe riflettere proprio una disfunzione del sistema dopaminergico (Devlin M. J., 2007).

Usare il cibo per gestire uno stato emotivo, come ad esempio “mangio perché ho bisogno di calmarmi” oppure “mangio perché ho bisogno di rilassarmi”oppure “mangio perché sono triste” può produrre nell’immediato un senso di benessere e rilassamento ma, se questo comportamento viene utilizzato con regolarità può condurre ad un consolidamento di tale comportamento male-adattivo, dovuto in parte alla scarsità nella scelta degli stimoli gratificanti e in parte al non riconoscimento di stati emotivi come ansia, tristezza e nervosismo a cui far corrispondere una risposta più adeguata del cibo alla risoluzione di eventuali problemi.

Una caratteristica delle persone affette da disturbi alimentari e obese è l'alessitimia, cioè la difficoltà nel riconoscimento e nell’espressione delle proprie emozioni, nel riconoscere i propri stati interni (fame, sazietà, senso di vuoto), nell'esplorare il proprio mondo interiore

Una gestione adeguata degli stati emotivi, è favorita da un aumento del senso di autoefficacia, cioè delle convinzioni circa la propria capacità di organizzare ed eseguire le sequenze di azioni necessarie a produrre determinati risultati. La bassa autoefficacia che caratterizza gli obesi, influenza i meccanismi di autoregolazione dei processi motivazionali, tramite una minore quantità di impegno in vista dell’obiettivo e diminuita capacità di perseverare e recuperare di fronte agli insuccessi e fallimenti incontrati nel percorso.

Inoltre le persone obese o in sovrappeso hanno un locus of control interno, in cui predomina la percezione che la propria vita sia regolata da qualcosa al di fuori del proprio controllo potrebbe portare a credere di non avere le risorse per controllare gli stimoli ambientali e per gestire stati emotivi negativi, che pertanto potrebbero essere vissuti come intollerabili (Montesi et al., 2016).

La dipendenza è un altro tratto caratteristico delle persone in sovrappeso e obese: la malattia, se da una parte può configurarsi come una rivendicazione della propria autonomia dalla famiglia, dall’altra tende a ricostruire rapporti simbiotici con le stesse figure di riferimento.

Il punto di svolta per iniziare in cambiamento è stato quello di arrivare ad avere abbastanza forza e fiducia da pensare che possiamo cambiare, almeno in parte, la nostra vita, che non esiste un destino scritto. Per qualcuno è più facile, per altri meno, ma si può sempre agire sulla propria vita.” (Marina Biglia).
 

Il grasso è vissuto come protettivo, ma nello stesso tempo ghettizza....

Nel forum si trova la forza di ammettere che si mangia troppo, ci si muove pochissimo e, così facendo, si coltiva, con molta attenzione, il proprio grasso. Come si potrebbe confessarlo al di fuori di questo ambiente protetto? Come si può confessare al dietologo, con lo schema alimentare prestampato, che si è dei malati affetti da alimentazione compulsiva, senza essere considerati degli inetti, privi di forza di volontà? In realtà, gli obesi hanno una forza di volontà immensa, ma tutta e totalmente tesa a farsi del male spropositato. Chi è grasso non suscita pena al mondo, come nel caso di altri malati affetti da disturbi del comportamento alimentare. Chi è grasso, al mondo, fa semplicemente schifo: ingordi, golosi, opulenti... basterebbe cucirsi la bocca per dimagrire. Ci si dichiara falliti, ci si sente chiusi in un circolo vizioso senza fine. Si mangia, si soffre per aver mangiato troppo e poi si ricomincia a man-giare per cancellare l’angoscia della nostra incapacità di vivere. O scatta la rabbia, ma solo verso noi stessi. Quella rabbia che ci fa dire: “Tanto... ormai...” e a quel punto davvero, ci si mangia il mondo. Ed è qui che appare la potenza del gruppo, la forza dell’auto aiuto, e il pensiero che forse davvero siamo solo malati, non colpevoli. Ed emerge ancora una grande verità, di essere obesi non si smette mai. Fortunatamente. Ed è questo che ci salva. La certezza di non essere mai arrivati al risultato; ed è solo questo che ci impedisce di arrenderci o di ricrollare nella malattia. Saper di non poterla vincere, ma poterci convivere. Non sfidarla, ma accettarla.”

 

(“Il peso irragionevole. Storie di ordinaria obesità” di Marina Biglia)

 

 


 

SARA PINARELLO

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