L'educazione alimentare. Il piacere del cibo e di mangiare insieme

 

Ogni cultura ha un codice di condotta alimentare che privilegia determinati alimenti e ne vieta o rende indesiderabili altri.

Esiste una chiara relazione tra cibo, abitudini alimentari, sapori, senso di identità, attaccamento ai luoghi, alle sensazioni e ai ricordi tipici della cultura di appartenenza (es. i cibi caratteristici del pranzo della domenica, il dolce della nonna, ecc.).

I rituali che si attuano nella preparazione, nel servire e nel consumare un pasto danno origine ai modelli culturali di una data società. Rappresentano una modalità attraverso la quale vengono trasmessi valori, norme sociali, ruoli, si costituiscono e consolidano l’identità e la coesione sociale. Numerosi sono gli aspetti di ritualità legati al consumo di cibo, che hanno un grande valore simbolico. Ad esempio l’organizzazione dei pasti rispecchia l’organizzazione dei rapporti all’interno di un gruppo sociale: i rapporti gerarchici, quelli tra i sessi, quelli tra genitori e figli nel nucleo familiare.

Dal momento che la società cambia in continuazione, cambino anche le dinamiche relative al consumo ed alla condivisione del cibo. Il cibo è cultura, implica creatività, cioè la capacità di scegliere gli ingredienti, combinarli insieme in maniera armoniosa e dare origine ad un piatto; ma è anche un insieme di regole e di conoscenze che si trasmette di generazione in generazione.

Il primo momento in cui il bambino entra in contatto con il cibo è l'allattamento, quest'azione non è solo un atto nutritivo, ma anche una relazione affettiva. Insieme al latte materno, il bambino sperimenta l’accoglienza o il rifiuto, le attenzioni, gli sguardi il contatto fisico le carezze, le emozioni che la mamma gli trasmette.

Il comportamento alimentare di un papà ed una mamma, all'interno della propria famiglia, determina un tipo di educazione alimentare che sarà la prima esperienza con il cibo per il bambino. Il loro comportamento influenzerà il significato che il bambino assocerà al cibo, poiché l'alimentazione è un canale privilegiato attraverso il quale il bambino può esprimere se stesso.

I genitori in maniera più o meno consapevole, soprattutto attraverso il loro comportamento, condizionano i figli sulla scelta dei cibi, sulla sperimentazione di gusti nuovi, su cosa provare o non provare, ecc. I figli tendono ad avere gusti alimentari simili ai genitori, poiché è più facile che piaccia ciò che si conosce (es. “lo cucinava la mamma!.....l'ho assaggiato a casa della zia”).

Se un genitore ha un rapporto conflittuale con il cibo e l'alimentazione, probabilmente trasmetterà ai figli che il pasto non è un momento piacevole. Allo stesso modo, un genitore che considera l’alimentazione come un’esperienza di gioia e convivialità trasmetterà facilmente questa sensazione di serenità.

Spesso per far mangiare i bambini si usano frasi come: “L'ho preparato apposta per te!; Se mi vuoi bene, finisci ciò che hai nel piatto!; Provalo! E' buono, fallo per la mamma!; Se mangi tutti gli spinaci allora ti porto ai giardini....ti compro....!; Tua sorella mangia sempre tutto! Non fa i capricci come te!”.

Queste frasi magari all'inizio sono efficaci e si pensa che siano innocue, ma in realtà non è così. Le parole di un genitore hanno sempre un 'peso' per un figlio, soprattutto queste. Esse hanno un significato implicito, che condiziona il bambino, lo forza ad attuare un comportamento, in questo caso mangiare, per far contento il genitore, non essere considerato cattivo, non dare adito all'adulto di pensare che non gli voglia bene. Le dinamiche relazionali che si creano durante il pasto, fanno sì che il bambino colleghi i propri sentimenti al momento di mangiare e a quel particolare cibo. Attuando questi comportamenti, seppur pensando che siano a fin di bene e che non ci sia l'intenzione di ferire il bambino, si rischia di passargli l'idea che il cibo è il mezzo attraverso il quale si esprime l'affetto, di generargli sensi di colpa, che il cibo è usato come un mezzo di scambio e che a seconda di come e cosa mangia è un bambino buono o cattivo.

E' importante che gli adulti siano consapevoli del loro comportamento a tavola e che questo influenza e condiziona il comportamento e le emozioni dei propri figli, il cibo non deve diventare un elemento ricattatorio, né elemento di giudizio o di paragone, né di gioco di potere.

Il momento del pasto dovrebbe essere un momento di gioia, di condivisione e di piacere del cibo e del tempo trascorso con la famiglia e gli amici.

Per gli adulti è importante essere consapevoli e attenti alle dinamiche che si vengono a creare, prestare attenzione a cosa stanno comunicando ai bambini e in che maniera e soprattutto dare un senso a ciò che questi ultimi vogliono comunicare a tavola.

La cornice del pasto diventa campo per sperimentare le regole sociali, l’autonomia e l’atteggiamento più o meno fiducioso verso il mondo. Il compito delle figure di riferimento, è quello di definire una direzione, di dare dei limiti, di aiutare a capire e scegliere. Di insegnare ai bambini ad essere consapevoli nel momento del pasto, utilizzando i sensi, e ascoltando i segnali che il corpo rimanda. In questo modo sarà più facile per loro fare esperienza del senso di fame o di sazietà, di pieno e vuoto, costruendo insieme momenti piacevoli. Imparare a riconoscere e gestire le emozioni proprie e altrui all’interno di relazioni primarie sicure è fondamentale per rendere bambini e ragazzi liberi di gustare ciò che mangiano, scegliendo ciò che è meglio per il loro benessere senza farne simbolo di ricatti e dipendenze affettive.

Esiste uno stretto rapporto tra cibo ed emozioni, è una relazione bilaterale: quello che mangiamo influisce sul nostro stato d’animo e le emozioni che proviamo influiscono sul nostro modo di mangiare. Cooper et al. (1998) ci dice che non riuscire a gestire gli stati d’animo negativi influisce notevolmente nella comparsa e nel perdurare dei disturbi del comportamento alimentare.

Talvolta capita di di mangiare con lo scopo più o meno consapevole di modulare i nostri stati emotivi, per tentare di colmare sensazioni di vuoto o placare una sensazione di dolore. Si è osservato che le persone tendano a ricercare cibi più zuccherini e grassi quando sono di cattivo umore. Inoltre, le emozioni negative spingono a preferire continui spuntini piuttosto che un pasto completo. Il problema dell'uso del cibo come consolazione si crea nel momento in cui questo comportamento diventa ripetitivo. Il cibo da fonte di conforto, diventa anche fonte di senso di colpa, di inadeguatezza, e si caratterizza di quegli aspetti negativi da cui si tenta fuggire, creando così un circolo vizioso che imprigiona nei meccanismi di ricompensa, insoddisfazione, emozioni negative ricerca di una nuova ricompensa, portando a disturbi dell'alimentazione.

Spesso le persone non sanno ciò che sentono perché hanno sepolto in profondità le proprie emozioni, hanno paura di entrarci in contatto. Per quanto possano essere dolorose e spaventose,

le emozione aiutano a comprendere meglio se stessi, cosa si sta vivendo in un determinato momento e quale sia il reale bisogno che quella emozione suggerisce.

Il desiderio irrefrenabile per un cibo è segno di un disagio, è bene che ci si fermi ad osservare il proprio comportamento e ci si si ascolti. In questi momenti ci si può rivolgere ad un professionista che ci supporti e ci guidi nella gestione del conflitto, che faciliti l'identificazione dei bisogni sottostanti il disagio e la scoperta delle proprie risorse per affrontarlo, promuovendo così il cambiamento.

 

Il cibo oltre ad avere una valenza emotiva, ha anche una valenza sociale. Al giorno d'oggi entrambi i genitori lavorano, questo fa sì che il tempo disponibile per cucinare sia poco, diffondendo l'abitudine a consumare sempre più frequentemente cibo preconfezionato, da asporto, precotto o congelato, soprattutto per comodità e risparmio di tempo. Si sta perdendo la dimensione del cucinare, nel senso di creare a partire dagli ingredienti di base, di preparare il cibo, di avere tempo da trascorrere insieme parlando, osservando, imparando regole, ascoltando storie di famiglia, ricette di famiglia, di scoprire 'l'ingrediente segreto'. Non ci si prende il tempo di assaporare i gusti e respirare i profumi; di aspettare il momento giusto per i vari passaggi di una ricetta. Non ci si permette di riscoprire che il tempo e la dedizione in cucina fanno la differenza.

Una volta la moglie e la nonna impiegavano tempo, energie, e tanto amore nella preparazione di cibi dal sapore e dal profumo delizioso che nutrivano (il corpo e l'anima) tutta la famiglia. L’ora del pasto era un momento di incontro e di scambio, si parlava di ciò che era successo o si pianificava il futuro, con condivisioni e scambi. Questa modalità creava un forte legame fisico, emozionale e valoriale tra tutti i componenti.

Condividere il piacere della tavola con le persone a cui si vuole bene, porta benessere, beneficio sia al corpo che alle relazioni sociali. Il pasto è una occasione d’incontro, il cibo non soddisfa solo un bisogno primario, ma come abbiamo visto risponde anche al bisogno di cura, scambio e affetto.

Lo stile di vita moderno e le preparazioni industriali, portano ad una disgregazione familiare, ad una perdita culturale, legata al fatto che le generazioni attuali non mangiano più quello che genitori e i nonni hanno mangiato, con conseguente declino della salute e del benessere.

Oggi consumare i pasti in famiglia, è diventato un momento durante il quale non si presta attenzione agli altri e a ciò che si mangia, spesso si è distratti dalla televisione, dal cellulare o magari dai giochi elettronici. Quando non si è concentrati sul cibo si tende a provare meno piacere nel magiare, a consumare il pasto più velocemente e quindi a mangiare di più (la sensazione di sazietà viene avvertita dal cervello circa venti minuti dopo l'inizio del pasto).

Lo stile di vita attuale caratterizzato da rapporti umani sempre più fittizi e fragili, connessione continua attraverso i social networks, consumo dei pasti è veloce, e cibi già pronti surgelati o precotti, tende a far dimenticare che il cibo è:

  • esperienza sensoriale che coinvolge tutti e cinque i sensi;

  • esperienza culturale attraverso di esso si tramandano le tradizioni;

  • convivialità è veicolo di occasioni di incontro e di relazione.

 

Nell'epoca moderna, al fine di favorire il ritorno di uno stile alimentare sano e di una altrettanto buona e consapevole educazione alimentare è bene valorizzare la convivialità e gli incontri che il cibo veicola; preparare il cibo insieme ai familiari, in modo da rinsaldare i legami, favorire l'ascolto delle tradizioni e storie della propria famiglia. Riappropriarsi del piacere di consumare e assaporare il cibo insieme; riscoprire il valore della rievocazione di gesti, di sapori e profumi che hanno caratterizzato la propria infanzia; ascoltare ciò che i sensi 'dicono'; esperire le emozioni e il benessere che il buon cibo e lo stare insieme suscitano.

In ultimo per favorire la riappropriazione della propria identità sociale e culturale.

 

Sara Pinarello

 

Se un cibo è più della somma dei nutrienti che lo compongono e una dieta è più della somma dei cibi che la compongono, allora una cultura culinaria è più della somma dei menù ad essa riconducibili, ma abbraccia l’insieme delle abitudini alimentari e delle regole non scritte che congiuntamente governano la relazione di una persona con il cibo e con l’atto di mangiare”

Michael Pollan (2008)

 

 

                                                                                       

 

 

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