PSICOFARMACI: FRA STIGMA E VERITA’

Il termine stigma deriva dal greco e significa “marchio”.

Lo stigma può manifestarsi con il pregiudizio e l’emarginazione nei confronti del “diverso”: diverso per razza e colore della pelle, religione, orientamento/inclinazione sessuale, insomma può riguardare qualunque aspetto della vita quotidiana e di relazione.

In campo medico nessuna patologia è stigmatizzata come quella mentale, così come protagonisti di pregiudizio sono gli psicofarmaci, spesso “marchiati” come sostanze equiparabili a droghe, dai quali “si diventa dipendenti…senza più poterne fare a meno…che alterano la personalità…che rendono le persone uguali agli zombie…”.

Nella migliore delle ipotesi vengono considerati inutili e/o inefficaci, nella peggiore sono dannosi e causa di mali peggiori di quelli per il quale vengono prescritti.

La parola chiave è proprio “prescrizione”: trattandosi di sostanze chimiche (così come lo sono del resto i farmaci che curano la febbre, le polmoniti e le bronchiti, i farmaci che alleviano il dolore, che fanno passare vomito e/o diarrea), devono essere usati sotto controllo medico, con l’approccio mentale che deve diventare lo stesso che ho quando uso un antipiretico: se ho la febbre alta, non mi passerà con una minestrina calda, se ho attacchi di panico ricorrenti, non mi sarà sufficiente bere “tisane rilassanti”.

Tutti gli psicofarmaci, indistintamente, devono essere prescritti da un medico (che potrebbe anche essere il medico di medicina generale), che dovrà calibrarne il dosaggio in base alle caratteristiche fisiche del paziente, valutando se ci sono patologie concomitanti per le quali magari la persona sta già assumendo altri farmaci (è fondamentale conoscere le interazioni fra le molecole) e avendo bene in mente gli effetti collaterali che, come con ogni tipo di altro farmaco, potrebbero comparire.

Bisogna sempre ricordare che non si tratta di caramelle e che “il fai da te”, anche per prodotti che quasi vengono purtroppo considerati da banco (quali le benzodiazepine) è assolutamente vietato.

È vero infatti che, se usati in auto somministrazione, fidandosi magari di “sentito dire” e/o di consigli di persone fidate che li stanno assumendo, potrebbero ingenerare fenomeni di tolleranza oppure di astinenza, se interrotti in maniera brusca o troppo precocemente.

La tolleranza è il fenomeno per cui, a parità di dosaggio, il farmaco perde efficacia clinica ma, se smetto di assumerlo, compariranno effetti da sospensione.

Al fine di evitare una situazione simile, è fondamentale affidarsi allo specialista, che li sa correttamente somministrare, sia in termini di dosaggio che di durata, evitando l’insorgenza della tolleranza e/o dell’astinenza.

Inoltre, un farmaco che va bene per una persona, non necessariamente è utile a un’altra, seppure con “la stessa diagnosi”; è fondamentale valutare sempre l’individualità del paziente, considerando eventuali compresenze di più di un disturbo psichico, che richiederebbero una politerapia.

Un mito da sfatare è quello che riguarda il “cambio di personalità” indotto da psicofarmaci: le persone spesso hanno l’erronea convinzione che tali farmaci alterino quella che è la caratteristica temperamentale basale: niente di più errato.

Gli psicofarmaci hanno il compito di riequilibrare l’assetto psichico preesistente alla patologia acuta per la quale si sta intervenendo e non hanno assolutamente il potere di stravolgere le caratteristiche individuali che ognuno di noi ha fin dalla nascita.

Lo scopo è far tornare il pazient a “come era prima”, non creare una persona diversa.

Gli psicofarmaci non alterano inoltre quella che è la corretta percezione della realtà, che rimane integra, ma hanno la capacità di far affrontare quello che all’esterno sembra insormontabile, in maniera maggiormente “equilibrata”, senza eccessiva angoscia e in maniera attiva e propositiva.

Il messaggio che dovrebbe passare è che non ci deve essere vergogna nell’assumerli, la vergogna è diretta conseguenza di ignoranza, nel senso letterale del termine: se ignoro qualcosa, posso farmi idee preconcette e non corrette.

E’ fondamentale il dialogo con lo specialista: gli psicofarmaci, laddove necessari, migliorando la patologia, contribuiscono a migliorare la qualità di vita, in ambito socio relazionale, occupazionale e lavorativo.

Il timore che possa esserci abuso (cioè assumendo un dosaggio maggiore di quello utile) è scongiurato dall’assunzione sotto controllo specialistico, che dovrebbe sempre essere guidata dal mantra “prescrivere il dosaggio minimo efficace” e, laddove possibile, somministrare farmaci in monoterapia, ma a dosaggio congruo: è inutile e dannoso usare tre o più antidepressivi sotto dosati, con inefficacia clinica e interazioni negative fra loro, piuttosto che un unico antidepressivo a dosaggio congruo.

E’ lo stesso principio della febbre: è inutile usare tre diversi antipiretici, tutti a basso dosaggio; la febbre non passerà; corretto invece usarne uno a dosaggio “pieno”.

Per quanto riguarda il timore di doverli eventualmente “prenderli a vita”: in caso di patologie croniche potrebbe obbiettivamente essere necessario; è lo stesso concetto della terapia antidiabetica, antipertensiva o per squilibri tiroidei: finchè assumo i farmaci, il disturbo è sotto controllo; se smetto, la glicemia aumenterà, così come la pressione, la tiroide non funzionerà correttamente.

Il principio è lo stesso.

Il fattore che deve tranquillizzare è che le molecole attuali sono sicure e ben tollerate e, nell’ipotesi di un’assunzione prolungata o “per sempre”, sappiamo che non apportano danni all’organismo.

Ci sono alcuni tipi di psicofarmaci che richiedono un monitoraggio ematochimico e/o strumentale: è compito dello specialista guidare il paziente in tal senso, per una corretta assunzione e calibrarne il giusto dosaggio.

In definitiva, il messaggio che vorrei che passasse è quello che gli psicofarmaci sono farmaci come tutti gli altri, che curano malattie che magari “non si vedono”, ma che spesso sono più invalidanti di una patologia fisica.

 

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