Pensieri sul cibo. Perchè penso sempre che .....?

 

Si può definire il pensiero come “Un’attività, o una serie di attività mentali, volta a stabilire la comunicazione con il mondo esterno, con sé stessi e con gli altri e a costruire ipotesi sul mondo, noi stessi e gli altri”.

 

Negli ultimi trenta anni sia le donne che gli uomini, hanno sviluppato una maggiore attenzione per il proprio corpo che ha portato a cercare di migliorarsi con l’aiuto dell’esercizio fisico, dell’alimentazione e anche della chirurgia. L'esposizione ai social media, tende a focalizzare l’attenzione sociale sulla magrezza femminile e sulla muscolosità maschile, ad enfatizzare l’apparenza. La costante connessione con i social, facilita lo sviluppo di preoccupazioni riguardanti l'adeguatezza della propria immagine corporea ai criteri estetici di magrezza e di bellezza di oggi.

L’immagine corporea, ovvero la rappresentazione che ciascuno ha di se stesso, è fortemente influenzata dalle emozioni, le quali rendono la rappresentazione mentale positiva o negativa.

In particolare le persone che soffrono di disturbi dell’alimentazione, idealizzano la magrezza e la perdita di peso e hanno comportamenti quasi del tutto finalizzati ad evitare anche il minimo incremento di peso ed hanno credenze rigide sulla bellezza e sul suo significato. La perdita di peso viene considerata come una conquista, un segno di autodisciplina ferrea, mentre l’aumento di peso viene percepito come una perdita di controllo inaccettabile.

Le persone in sovrappeso, si percepiscono spesso come perdenti, fallite, non hanno stima di se stesse, davanti alle sfide si arrendono a priori senza provare. Le emozioni prevalenti sono la vergogna e  il senso di inadeguatezza. Credono di non avere le risorse per controllare gli stimoli provenienti dall'esterno e per gestire le emozioni negative, che spesso sono vissute come intollerabili. La considerazione di se stessi è:“Sono debole, stupido, senza speranza”; “Ho sgarrato! Ancora una volta non sono riuscito a seguire la dieta. Sono un buono a nulla! Mollo tutto!” Anche quando la valutazione è positiva viene tratta una conclusione su stessi: “Sono magro, allora sono forte, quindi devo mantenermi così e per fare questo devo evitare di…”.

Se alle persone con un disturbo alimentare viene chiesto quale corpo è più bello, quale persona secondo loro è più felice, o chi vorrebbero essere, la loro scelta ricade sistematicamente sulla persona più magra. Tale modo di pensare tende a essere applicato ad ogni cosa e ad ogni situazione, non soltanto al cibo e al peso, ma a qualunque ambito della vita quotidiana. Sembra che tutto ruoti attorno al cibo e alla paura di ingrassare.

Non riuscire a raggiungere la perfezione, o un determinato obiettivo, porta le persone che hanno una ideazione  così rigida, a rafforzare lo scarso concetto che hanno di sé, a svalutarsi e criticarsi ed a evitare le situazioni che non possono essere gestite in modo secondo loro perfetto. Raggiungere una forma fisica che viene reputata perfetta sembra essere la condizione necessaria per essere amabili e degni di stima da parte delle persone significative.

Sembra che il pensiero di fondo sia: "Solo se sono perfetto sono degno di amore!". 

Questo irrealistico pensiero di fondo, fa sì che il perfezionismo ricercato risulti male adattivo, poiché per reagire al dolore provocato dalle proprie critiche interne ed esterne, le quali sono sempre  percepite in maniera negativa e mai costruttiva, ci sarà uno sviluppo del controllo o del dis-controllo sul cibo, sulla forma fisica e delle conseguenti considerazioni su se stessi.

I pensieri spesso riguardano il rimuginare su cosa si è mangiato, la propria immagine allo specchio, sono rivolti alla preoccupazione di come ci si deve vestire, cosa si deve mangiare, come evitare di farlo in presenza di altri.

I pensieri sul cibo diventano pervasivi, assillano la persona anche quando non è a tavola, ad esempio a scuola, o sul lavoro, terminare un compito diventa difficile perché sembra che ci sia posto solo per i pensieri su cosa si “debba” mangiare, sulla paura di ingrassare o di avere un’abbuffata.

Questi pensieri sono vissuti come utili a controllare il problema, nonostante ne facciano parte e lo alimentino.
Il controllo si presenta non come un problema, bensì come una soluzione. Si esprime nel controllo del peso, del cibo e dell’aspetto corporeo attraverso la dieta, ed è rinforzato positivamente dalla sensazione di successo che si sperimenta quando si riesce a rispettarla, e negativamente dal timore di ingrassare. L’aspetto corporeo idealizzato diventa uno scopo da  raggiungere, il fine ultimo da perseguire. Più la dieta si intensifica ed è ferrea, più il peso decresce e più la persona si sente forte e il processo si autoalimenta. Per questo motivo che il bisogno di controllo nei disturbi alimentari diventa una necessità compulsiva, un vero e proprio obbligo. "Se hai il pieno controllo di ciò che accade non potranno succedere altre cose brutte".

I disturbi dell' alimentazione sono associati a difficoltà a gestire emozioni (tristezza, gioia, paura, rabbia, ecc.) e a difficoltà di gestione dell’ansia, che solitamente riguarda: la paura di prendere peso, il cibo, le situazioni sociali,  la consumazione dei pasti dentro e fuori casa, cosa pensano gli altri di loro.
I tipi di pensiero ripetitivo che caratterizzano i disturbi alimentari sono:

  • ossessioni sono pensieri o contenuti cognitivi intrusivi percepiti come alieni e in distonia dai soggetti che le esperiscono estranei da sé. Si presentano insistentemente e senza adeguata e apparente motivazione alla coscienza dell’individuo, non adeguati al sé, come se tali pensieri non appartenessero alla persona stessa;
  • rimuginio è costituito da una forma di pensiero che si focalizza su possibili scenari individuati come pericolosi. E' una strategia che l’individuo adotta per fronteggiare situazioni identificate come pericolose e incerte, ansiogene, per questo difficili da gestire. Chi rimugina non riesce a valutare possibili alternative per gestire la situazione temuta;
  • ruminazione è definita, come un processo cognitivo caratterizzato da uno stile di pensiero disfunzionale e maladattivo che si focalizza principalmente sugli stati emotivi interni e sulle loro conseguenze negative. Tale forma di pensiero è rivolto al passato ed è legato alla perdita di qualcosa di importante.

Queste modalità di pensiero hanno caratteristiche comuni:

  • ripetitività, pensieri sempre uguali che si ripetono;
  • incontrollabilità, incapacità di fermare i pensieri ripetitivi;
  • negatività, pensare sempre a cose negative che potrebbero succedere o che sono accadute;
  • contenuto prettamente verbale, sono caratterizzati più da frasi che da immagini mentali;
  • dispendio di energie, portano a una mancanza di concentrazione su temi che non siano legati ai processi in questione.

Inizialmente, si cominciano a utilizzare le indicate modalità di pensiero credendo siano efficaci e utili per risolvere situazioni problematiche, per affrontare i problemi futuri, per sentirsi meno in colpa e cercare rassicurazione. A lungo andare queste strategie di pensiero si cristallizzano, perdono di efficacia e generano ansia, alimentando il circolo vizioso.

Questi stili di pensiero sono appresi, quindi è possibile individuare delle strategie efficaci per interromperli.

Con l'aiuto di un professionista, è importante che l’individuo prenda consapevolezza del proprio funzionamento, della maladattività  della concatenazione di pensieri che caratterizza il disturbo. E' importante che si prendano il tempo per riflettere in maniera costruttiva e consapevole sui propri limiti, il proprio senso di vergogna e soprattutto sulle proprie risorse e la propria  autostima.

Inoltre è importante cambino l'idea di fondo: “Anche se non sono perfetto sarò amato....anche se non sono perfetto mi amerò!”.
Credere in se stessi e nelle proprie capacità, apprezzarsi per come si è, con pregi e difetti e limiti.

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