Paura di dimagrire-Paura di ingrassare. Paura del cambiamento

Il cibo è una necessità, mangiare è un atto essenziale per mantenersi in vita. E' un bisogno fisiologico primario (Maslow, 1943) legato alla sopravvivenza umana, come il bisogno di respirare, la necessità di bere, mangiare e dormire.

Mangiare deriva etimologicamente dal francese antico mangier, dal latino manducare, derivato di mandĕre ‘masticare, ingerire; consumare, corrodere; rimanda all'atto dell'introdurre, dell'incorporare nel proprio corpo il cibo.

Il cibo non è solo un nutriente che viene introdotto nel corpo per soddisfare un bisogno primario, ma ha anche un significato simbolico, affettivo. Il primo cibo che l'uomo conosce è il latte. L'allattamento non è solo l'atto attraverso il quale il neonato viene sfamato, ma è anche la prima forma di linguaggio, di scambio intimo con la madre. Il cibo è il primo contatto che esso ha con il mondo esterno, veicolato dalla bocca. Nella fusione con chi dispensa nutrimento, il bambino prova piacere, attraverso il contatto corporeo, l'odore della pelle della madre, l’abbraccio, le carezze, lo sguardo, i suoni e le parole che la madre gli rivolge, il bambino si nutre di affetto.

Successivamente con lo svezzamento il bambino scopre la convivialità, che segna il passaggio da una modalità di alimentarsi funzionale ad una più attiva e rituale. Mangiare diventa un importante momento per le relazioni sociali, strutturato inizialmente in famiglia, in seguito una occasione in cui le persone si incontrano per lavoro e per piacere.

Mangiare è un evento sociale, e la presenza di altre persone ha un rilevante impatto sulle preferenze e scelte alimentari dei bambini. I comportamenti alimentari delle madri, e delle figure parentali, gli atteggiamenti familiari verso il cibo, hanno una forte impatto influenza sullo sviluppo del modello alimentare dei figli.

L’alimentazione ha una stretta relazione con la sfera emotiva, attraverso il rapporto con il cibo si esprimono necessità che vanno oltre il semplice sostentamento. Il cibo ci accompagna per tutta la vita, spesso è presente in momenti importanti cosicché si crea con esso un legame mnemonico e affettivo, capace di rievocare quelle sensazioni gradevoli e appaganti del passato. Il cibo è evocativo di ricordi ed emozioni.

Gli alimenti possano servire a gestire vissuti emotivi intensi e spiacevoli (il cibo preferito che cucinava la mamma quando si era tristi), o a ricordare momenti piacevoli e divertenti (la merenda che si faceva con gli amici, il pranzo della domenica in famiglia). Non è il cibo in quanto tale che consola, ma l'attribuzione psicologica del significato soggettivo. Ogni cibo è confortevole per chi lo consideri tale, ognuno ha il proprio.

Quindi il cibo diventa consolatorio, premiante o rassicurante. Colma i vuoti emotivi, riempie di sensazioni positive; mangiare rappresenta un tentativo, con cui regolare le emozioni spiacevoli, eliminare la sofferenza, il dolore, la tristezza e l’insoddisfazione, la rabbia, il senso di colpa, la frustrazione.

In genere, il soggetto con disturbi del comportamento alimentare, sente che il proprio aspetto fisico influisce in modo importante sulla propria autostima, al punto che l’aspetto fisico diventa una misura del proprio valore, una determinante nel sentirsi apprezzati nelle relazioni con gli altri e negli ambienti sociali in genere.

In particolare i soggetti che fanno abbuffate e sono in sovrappeso, spesso hanno difficoltà a riconoscere le emozioni, questo genera confusione e senso di vuoto, che vengono avvertite più facilmente come bisogno di mangiare. Hanno una eccessiva assunzione di cibo in assenza di appetito, accompagnata dalla sensazione di non avere il controllo sulla quantità e tipologia di alimento, semplicemente per colmare la sensazione di vuoto e per placare il senso di di disagio che viene avvertita. “A volte faccio delle abbuffate in cui non mastico neanche, mando giù alcuni cibi praticamente interi e non smetto di mangiare finché non mi sento pieno e sto male. Poi mi sento in colpa!”.

Quando questi soggetti iniziano una dieta prima o poi la abbandonano, magari proprio quando comincia a dare risultati; o durante il regime alimentare perdono il controllo e ricominciano con le abbuffate, con ripresa del peso perso e magari l'aggiunta di altri chili; o addirittura dopo averla conclusa con successo, trascorso un certo intervallo di tempo, recuperano tutto il peso, magari con gli ‘interessi'. Ci sono persone che pensavano che perdendo peso la loro vita sarebbe cambiata, in realtà è cambiato solo l’aspetto esterno, “Dentro sono rimasto la solita persona”.

Questi pazienti, seppur motivate a dimagrire, hanno difficoltà a seguire le diete. Raccogliendo la loro storia alimentare, emerge che l'aumento del peso si verifica in passaggi importanti della vita: esame di maturità, difficoltà nelle relazioni sentimentali, successi o insuccessi lavorativi.

Inoltre ogni volta che iniziano la dieta c'è la paura di fallire di nuovo, di dover dare ragione alle persone, magari i genitori, che dicono Tanto non ce la fai. Quando falliscono devono di nuovo fare i conti con i chili in eccesso, con la criticata delle persone che non capiscono le difficoltà che queste persone devono affrontare, dicendo: “Non riuscirai mai a perdere peso. Ci hai provato tante volte e Anche questa non ci sei riuscito!”. Tutto questo e la propria autocritica fa diminuire la loro già bassa autostima e la fiducia in se stessi.

I pazienti in evidente sovrappeso, hanno paura di dimagrire. Sono consapevoli del fatto che nel corso degli anni, il loro peso in qualche modo li ha protetti, è servito per tenere lontane alcune persone e evitare possibili relazioni sentimentali, a evitare situazioni che 'spaventavano' o nelle quali non si sentono all'altezza.

Per ottenere dei risultati duraturi, è importante per quesi pazienti individuare gli auto-sabotaggi, capire perché hanno paura di dimagrire e gestire tale paura.

Le domande che si fanno queste persone sono:

a) Come sarebbe la mia vita se fossi più magro? Se perdessi l'armatura che mi difende?

Il sovrappeso viene considerato una specie di armatura che fa sentire al sicuro, viene usato come scusa per non affrontare nuove esperienze, evitare di stabilire nuove amicizie o relazioni sentimentali. Uscire di casa e confrontarsi con gli altri crea ansia.

b) Come cambierebbero le mie relazioni?

Ognuno ha un ruolo nell’ambiente che frequenta, sia gli amici che i familiari tendono a crearsi delle aspettative su ciascuno, ad associare ciascuno ad un ruolo e un’identità che caratterizza la persona a livello caratteriale e fisico.

Le persone in sovrappeso sono abituate a essere visti in un certo modo, un grosso cambiamento come la grande perdita di peso, potrebbe cambiare il modo che essi hanno di relazionarsi e di vedere la persona diversa che hanno davanti.

La paura primaria che caratterizza l'Anoressia, invece è la paura di ingrassare.

Questo disturbo è caratterizzato da:

  • intensa paura di ingrassare;

  • alterazione nella percezione e nella valutazione del peso, delle forme corporee ed eccessiva influenza di questi ultimi sui livelli di autostima;

  • forte restrizione nell’assunzione di calorie che porta ad un peso corporeo significativamente basso, inferiore al minimo normale;

  • mancanza di riconoscimento della gravità della condizione di sottopeso.

All'inizio del disturbo, quando la persona riesce a raggiunge gli obbiettivi che si è prefissata ha una sensazioni di forza, capacità ed euforia. Questa sensazione di potenza porta ad un aumento del controllo, che si esprime sulla verifica del quantitativo di cibo che viene introdotto, del controllo del peso e alla forma corporea in quanto facilmente misurabile, aumentando così il proprio senso di efficacia.

I pazienti anoressici sono perfezionisti, hanno standard alti e per raggiungere i loro obbiettivi estendono il controllo ai diversi aspetti della propria vita. Questa modalità rigida di gestione, il porsi regole ferree, è una strategia per gestire il dolore causato da una bassa autostima e una difficoltà nel sopportare emozioni negative ed evitare vissuti di sofferenza. Se l'obbiettivo viene mancato, il soggetto prova un forte senso di vergogna e inadeguatezza.

Il pensiero fisso e costante del cibo diventa pervasivo, condizionando la quotidianità della persona, la sua vita lavorativa e quella sociale, scatenando forti sensi di colpa. Il ritiro sociale si fa sempre più marcato proprio a causa delle difficoltà legate alla sfera alimentare, i momenti di condivisione, in cui si deve mangiare e stare in compagnia con altre persone vengono evitate. La persona non vuole mangiare in presenza di altre persone, con le quali non si sente a proprio agio né all'altezza degli altri. Tale difficoltà è causata anche dalla scarsa empatia dei pazienti anoressici, dalla loro fatica a riconoscere le emozioni altrui.

Una paura che spesso si riscontra nei pazienti di questo tipo, è la paura di commettere errori. Allo scopo di limitare l’errore diventa necessario: aumentare il controllo, aumenta il bisogno di stabilire regole più rigide e un'organizzazione più ferrea

Alla paura di commettere errori si accompagna la paura di perdere il controllo, che viene compensata attraverso l’adozione del digiuno, inteso come controllo dell’appetito, quindi del corpo. Il desiderio di accettazione o di rifiuto sociale, per i pazienti anoressici si esprime attraverso l'immagine corporea, attraverso la sua bellezza e l'ideale distorto di magrezza eccessiva.
A tale scopo il controllo del corpo diventa esasperato e fine a se stesso, autodistruttivo. La conquista di un corpo idoneo per poter essere accettati e piacere agli altri, viene dimenticato a favore della magrezza che diventa un valore in sé.

Per tali soggetti è importante comprendere che il disturbo è un modo disfunzionale di affrontare vissuti di sofferenza e:

  • individuare le modalità con cui ridurre i comportamenti di controllo eccessivo del corpo; scoprendo e analizzando le emozioni che incidono e influiscono sui comportamenti maleadattivi;

  • affrontare il perfezionismo, diventando più flessibili;

  • lavorare sulle difficoltà relazionali;

  • accrescere l’autostima, cercando di allargare lo schema di autovalutazione ancorato quasi esclusivamente alla propria forma fisica.

Dopo quanto detto fino ad ora, al di là della paura di di dimagrire o ingrassare, vi è la paura del cambiamento.

La domanda che l'accompagna è: “Come sarebbe la mia vita se fossi perdessi dei chili?” Come sarebbe la mia vita se prendessi dei chili?”

Non è strano avere paura di dimagrire/ingrassare se per tanto tempo si è stati in un certo modo, fà parte del senso di auto-conservazione che si attiva davanti i grandi cambiamenti.

Spesso ciò che blocca il desiderio di cambiamento è la paura viene da sé stessi si, dalla paura di conoscersi veramente, di scoprire cosa si nasconde dietro la propria storia, di fare scoperte dolorose.

I sintomi alimentari logorano, ma nel contempo il soggetto è legato a loro, gli danno sicurezza perchè sono meccanismi ben conosciuti e lo difendono dal dolore che non può affrontare. Le persone con i disturbi alimentari odiano la malattia, nello stesso tempo ne hanno bisogno.

Non sapere la risposta a questa domanda “Come sarebbe la mia vita se perdessi dei chili/aumentassi dei chili?” provoca ansia, perché quello che spaventa la maggior parte delle persone è proprio la paura dell’ignoto generato dal cambiamento. Il cambiamento spaventa, perché è carico di incertezza, dell'impossibilità di prevedere risultati e conseguenze. Il non sapere genera preoccupazione, preoccupazione di come sarebbe la versione più magra/più grassa di se stessi, come cambierà ad esempio il viso, il corpo, piacerà, piacerà comunque a se stessi, ecc.

Cambiare significa dover lasciare la propria zona di comfort e abbandonare le abitudini che hanno accompagnato la persona fino a quel momento della vita.

Il cambiamento può spaventare, è una reazione normale. La paura è un’emozione che ci mette in guardia di fronte ai pericoli; dobbiamo ascoltarla e capire cosa ci sta dicendo; e bisogna ascoltare se stessi, per poter rispondere ai tanti perchè.

E' importante dare un nome alla paura, capire cosa spaventa, così sarà più facile capire su quale terreno ci stiamo avventurando. Questo, insieme alle risposte circa le proprie motivazioni, darà la forza necessaria per affrontare il cambiamento.

Nutrirsi è strettamente interconnesso con le emozioni, e molto spesso l’atto di assumere cibo viene influenzato da situazioni particolari o specifiche circostanze emotivamente cariche. Per trovare un equilibrio tra queste due dimensioni, emotiva e il comportamento alimentare, bisogna imparare a conoscere il proprio corpo, ascoltare i segnali che ci invia, entrare in contatto con i propri sentimenti profondi e i propri bisogni (Lorusso, sd).

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