L'importanza del gruppo e della condivisione

 

 

Nel IV secolo a.C. il filosofo greco Aristotele scrisse che l'uomo è un animale sociale in quanto tende ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società.

La dimensione gruppale è naturale per l'uomo, egli si muove e interagisce con gli altri all’interno di un gruppo o più gruppi poiché solo nella relazione con altri esseri umani può soddisfare adeguatamente i propri bisogni e sviluppare la propria soggettività.

Solomon Asch (1952) e Kurt Lewin (1951), hanno evidenziato le caratteristiche uniche dei gruppi sociali che emergono dalla rete di relazioni tra i singoli membri.

La natura del gruppo e le sue forze dipendono principalmente dalle azioni degli individui che a loro volta, come membri, presentano cambiamenti psicologici connessi a questa appartenenza; ciò depone a favore di una visione dei fenomeni di gruppo sia come prodotto sia come condizione delle azioni dei singoli (Asch).

Il primo gruppo di appartenenza di un individuo è la famiglia di origine, la rete primaria in cui si forma la personalità e modella il comportamento del bambino. Fin dalla nascita l'individuo è inserito sia all'interno del gruppo famiglia, che nella società e nella sua cultura di appartenenza, venendo formato nei suoi saperi, piaceri, nel suo linguaggio e nella sua visione del mondo.

In generale, nelle famiglie di una persona con disturbo alimentare, le regole e le abitudini tendono a essere fisse e rigide, a non adattarsi alle necessità mutevoli di ciascuno, dando origine a una forte resistenza al cambiamento.

Le caratteristiche che si riscontrano più frequentemente nelle famiglie in cui è presente un disturbo del comportamento alimentare, sono:

  • rigidità delle regole familiari e mancanza di adattamento al cambiamento;

  • mancanza di comunicazione e partecipazione emotiva, senso di distacco;

  • non affronto e non risoluzione dei conflitti; iperprotettività;

  • aspettative genitoriali che non tengono conto delle aspirazioni dei figli;

  • presenza di convinzioni erronee e fuorvianti circa l’alimentazione, l’apparenza e l’aspetto fisico.

Il pensiero e la convinzione che gli altri non siano mai completamente soddisfatti da loro, e la scarsa fiducia in se stessei porta le persone con disturbo alimentare a credere di non poter essere amati e quindi a evitare di mettersi in gioco, ad aprirsi verso un’altra persona, perché potrebbero soffrirne. L’isolamento e la separazione sono sia la causa, sia l’effetto dei disturbi alimentari; queste persone compensano la loro solitudine ritirandosi ulteriormente nel disturbo alimentare, perpetuandolo.

Si instaurano difficoltà relazionali, l'altro è considerato inaffidabile, minaccioso, critico e giudicante. C'è la convinzione che l'interlocutore non comprenderà, accetterà o apprezzerà l'espressione dei propri pensieri o emozioni e tenderà ad isolarsi.

Nei piccoli gruppi l'interazione tra i membri porta alla scoperta di affinità, favorisce una identificazione reciproca, che aumenta il legame di gruppo. Questo facilita lo svilupparsi della capacità dei membri di sostenersi l'un l'altro e favorisce il riconoscimento delle risorse di ognuno e consente di alleviare il senso di isolamento, favorendo la condivisione.

Il sostegno dei membri del gruppo tende a rafforzare le funzioni dell'Io, migliora la percezione della realtà e favorisce la manifestazione adeguata dei sentimenti, aumentando la consapevolezza e arricchendo l'identità dell'individuo. Il controllo dei propri comportamenti, aumenta la socializzazione attraverso l'identificazione e la condivisione, fornendo così un approccio condiviso ai problemi e il riconoscimento dei sentimenti nascosti o negati. La generalizzazione aiuta l'individuo ad uscire da una situazione di solitudine sociale attraverso la condivisione con altri degli aspetti di sé più nascosti e sofferti.

Per quanto la relazione con l'altro spaventi, essa rappresenta una risorsa, un conoscere meglio se stessi e stabilire relazioni stabili e sane. Il gruppo di terapia può diventare un luogo importante di rispecchiamento, di confronto e di trasformazione.

Il gruppo omogeneo di terapia, è caratterizzato dalla presenza di persone che condividono lo stesso tipo di sintomo, diagnosi o tipologia di problema.

La presenza di persone affette da una problematica simile alla propria rende i partecipanti meno restii ad entrare in relazione reciproca e grazie alla possibilità di condividere i propri vissuti e il proprio dolore con persone capaci di comprenderlo potrà sollevarsi da una condizione di solitudine e procedere verso la possibilità di rielaborare uno spazio personale in cui sia possibile recuperare un rapporto autentico con se stessi (Vasta, Caputo2004) .

Il gruppo omogeneo fornisce ai partecipanti un senso di sicurezza rispetto all’ansia iniziale di partecipare ad un gruppo; la protezione fornita rispetto alle ansie sollevate da temi di inclusione perdita controllo e intimità; e la speranza di apprendere da coloro che sperimentano gli stessi problemi e sopportano lo stesso dolore cui si aggiungono i sentimenti di profonda e immediata comprensione che si instaurano dalla consapevolezza di esperienze condivise e il venir meno del timore di sentirsi giudicato o rifiutato per la patologia di cui si è portatori.

L'omogeneità favorisce il rispecchiamento, l'entrare in sintonia emotiva con l'altro e l'instaurarsi di un rapporto di fiducia facilitando la disponibilità ad aprirsi e raccontarsi, agevolando la coesione del gruppo.

Se all'inizio del gruppo i membri si riconoscono grazie al sintomo, è grazie al gruppo e alla terapia che potranno riconoscere che al di là del sintomo vi è un'identità unica che ha bisogno di esprimersi, senza alcun espediente. Lo spazio gruppale dà la possibilità di rielaborare lo spazio personale, al contrario di quanto potrebbe accadere in un setting duale, in cui ci si potrebbe sentire invasi dalla figura del terapeuta, vissuta come figura genitoriale” (Vasta, Caputo 2004).

Le dinamiche che si creano all'interno del gruppo di terapia, permettono di lavorare sugli elementi caratteristici dei disturbi alimentari: Sè fragile; scarsa autostima; difficoltà nelle relazioni interpersonali; ritiro sociale.

La bassa autostima è un problema frequente. Le idee negative che questi pazienti hanno di si stessi sono pervasive e si mantengono nonostante le prestazioni anche molto buone nei vari ambiti della vita (es. anche se hanno risultati brillanti a scuola o nello sport).

Il perfezioni clinico, che caratterizza i pazienti anoressici, li porta a non essere mai soddisfatti di sé. Come se ciò che fanno debba essere sempre fatto meglio, innescando così un circuito di insoddisfazione costante. E' importante far aumentare in questi indivisui l’autostima e l’autoefficacia, riducendo l’ipercriticismo.

Questi pazienti tendono a mostrare una patologica attenzione al dettaglio, concentrata sui propri difetti e imperfezioni. Non considerano e banalizzano i loro successi e punti di forza. E' importante che questi individui imparino ad accettarsi per come sono, pregi e difetti, che vanno bene così. A comprendere che nessuno è perfetto; a focalizzare la loro attenzione anche sui loro aspetti positivi, non solo quelli negativi.

Queste pazienti possono avere difficoltà nell’affrontare le sfide della vita. Evitano situazioni nuove in genere, così come le relazioni sentimentali. Tendono a evitare le sfide in genere. E' importanti aiutare questi pazienti ad affrontare le difficoltà tipiche della crescita e ad aumentare così la fiducia in loro stesse.

I pazienti con disturbi alimentari fanno fatica a sopprimere le proprie emozioni, ad affidarsi agli altri nelle decisioni importanti (es. scelta della scuola, scelta del lavoro). Aiutare queste pazienti a dare valore al proprio mondo interiore accogliendo la loro individualità e unicità.

Le persone con disturbi del comportamento alimentare hanno difficoltà nell’avere un rapporto sereno con il cibo, per loro è difficile accedere al proprio mondo interno e a comunicare in maniera adeguata i propri bisogni e i propri stati d’animo. Tale difficoltà può essere amplificata dal vivere all’interno di un contesto nel quale esistono molteplici informazioni contraddittorie e confusive a riguardo dell’alimentazione, dei comportamenti alimentari e degli stili di vita.

Per una presa in carico incisiva di una paziente con disturbi alimentari, si prende in carico anche la famiglia, bisogna lavorare con tutto il nucleo familiare al fine che modifichino il loro comportamento, modo di pensare e relazionarsi. É importante lavorare con paziente e nucleo familiare sulle dinamiche disfunzionali e favorire lo sviluppo si un un atteggiamento aperto, non giudicante e colpevolizzante nei confronti di chi manifesta il sintomo; evitare che il disturbo alimentare diventi il perno della vita familiare; entrare emotivamente in contatto gli uni con gli altri; rispettare l'autonomia dei membri del nucleo familiare; prediligere una comunicazione basata su osservazioni e rinforzi positivi.

Una terapia efficace per i Disturbi del Comportamento Alimentale deve essere concepita in termini interdisciplinari ed integrati; deve avvenire in centri in cui ci sia una équipe multidisciplinare integrata collaborino sistematicamente figure professionali diverse (psichiatri, psicologi, dietisti, internisti, endocrinologi) privilegiando, senza mai escludere l’altro, il versante somatico o psichico a seconda delle fasi della malattia.

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"La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro il tuo cuore. Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si sveglia.”

(Carl Gustav Jung)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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