Il cibo consola davvero?

  

Tra cibo e comportamento, esistono stretti legami, infatti “non ci sono bambini che hanno problemi con il cibo, ma ci sono bambini che esprimono i loro problemi attraverso il cibo”. Prima di preoccuparsi quando il proprio figlio non mangia o mangia troppo, i genitori dovremmo chiedersi quali possano essere le cause scatenanti questi comportamenti. E' più facile e rassicurante credere che essi abbiano a che fare con la sfera alimentare, difficilmente si pensa che possano riferirsi alla sfera affettiva. Quando ci sono problemi di alimentazione, è importante riflettere sullo stile alimentare tipico di una famiglia, considerare la cultura di appartenenza e i modelli e i valori che la società attuale propone (es.: successo, magrezza, importanza aspetto esteriore, omologazione, ecc.).

Gran parte del comportamento alimentare è condizionato dalla pubblicità, che ha l'obbiettivo di far venire voglia di mangiare un determinato cibo, solo perché lo si è visto reclamizzato in TV, senza averne una reale esigenza. Inoltre bisogna tenere presente anche il condizionamento sociale che tenta con dolciumi, bevande, cibi di ogni sorta, che di frequente non rispondono alle migliori caratteristiche di qualità e a corretti valori nutrizionali. Contemporaneamente la pubblicità e i social media impongono un modello alimentare salutare ed uno estetico legato a una eccessiva magrezza. Nella società moderna cucinare è considerato perdita di tempo, si usa cibo pronto, veloce, e cucinare è vissuto quasi come un dovere. Spesso i cibi si consumano velocemente, senza gustarli con calma, magari in piedi, senza orari prestabiliti. La mancanza di tempo e la superficialità verso l'alimentazione, fa sì che i bambini oggi, mostrino scarsa curiosità verso il cibo, abbiano eccessive predilezioni e forti antipatie verso alcuni alimenti, escludendone altri. Sono scarsamente predisposti a provare cibi nuovi e sani, ma sopratutto sono insofferenti alla ritualità dei pasti strutturati.

Uno stile alimentare sano può essere appreso dal bambino è importante creare un momento del pasto strutturato, con orari precisi, è importante che televisione e cellulari siano spenti. E' positivo coinvolgere i bambini nel cucinare insieme, apparecchiare, sparecchiare, fare lista spesa, aiutare a sistemare la spesa, sporzionare, servire a tavola. Sono azioni che abituano alla cura degli altri, stimolano la collaborazione, il far piacere a se stessi e agli altri, con gli altri, insieme. Il pasto deve essere vissuto come un momento piacevole, di condivisione, scambio e confronto. Inoltre il cucinare, aiuta il bambino a capire che per eseguire una ricetta, bisogna seguire delle regole, rispettare una scansione temporale, organizzare tempi e spazi, aspettare. Attraverso il cucinare insieme si trasmettono i saperi, lo stile di vita, si trasmettono le tradizioni, i rituali, le storie, si esplicitano tutte quelle caratteristiche che denotano la cultura di appartenenza. Mangiare è un gesto che segna un'appartenenza. Se mangio accetto di appartenere, di far parte di un gruppo, di una classe, di una famiglia.

Il rapporto con il cibo è presente fin dalla nascita nella relazione madre-bambino, la quale passa attraverso l’allattamento. Nei primi mesi di vita, l’alimentazione è la base biologica su cui si declinano relazioni e affetti del bambino. Il cibo è la prima forma di scambio affettivo.

Nel nutrire il bambino, la mamma gli insegna a trarre piacere dal cibo e dall'alimentarsi. Il latte, il seno, la madre sono vissuti dal bambino come un unico oggetto indifferenziato, in una situazione di fusione. Il cibo buono non solo soddisfa con piacere l'appetito, ma rinforza nel bambino l'immagine della mamma buona; il benessere organico diventa un benessere relazionale. Benessere che è alla base di quel senso di fiducia sul quali si fonda la personalità e l'identità sociale. Dal rapporto che il bambino intrattiene con la mamma (o con chi lo nutre), egli impara il piacere o il dispiacere di stare al mondo e l'esercizio della propria affettività, dei sentimenti, delle emozioni. Le madri dal canto loro, scoprono quanto trasmettono anche in termini di serenità, piacere di relazionarsi, disponibilità, tranquillità e anche nervosismo, insofferenza insicurezza, ecc. Il bambino piano piano comprende che quando è nutrito prova piacere, sazietà, felicità, benessere psichico. Alimentarsi è sperimentare emozioni: soddisfazione, rabbia, paura.

Attraverso l'essere nutrito il bambino impara come, quanto e in quali momenti soddisfare i propri desideri. Questo avviene all'interno della dinamica della relazione madre-figlio: la madre deve necessariamente introdurre l'aspetto del tempo e dell'attesa (es.: prepararsi, preparare il biberon, lavarlo, ecc.) e attraverso questa esperienza di lieve frustrazione il bambino inizia a percepire intuitivamente la presenza dell'altro. Alimentarsi è scoperta di se stessi. Ciò avviene nel contatto fisico sicuro dato dalla madre, e scoprire che si esiste, perchè c'è qualcuno che si prende cura di noi. Ci riconosciamo, se siamo riconosciuti, se siamo amati e accuditi. Riconoscere se stessi significa anche riconoscere l'altro, dare e fare spazio all'altro.

Il cibo è simbolo del legame con la madre ma anche del progressivo e salutare distacco; è un mezzo per avere relazioni sociali e per svilupparle. Nelle fasi di crescita, il bambino diventa una persona autonoma, con intenzioni, interessi e gusti alimentari propri, che chiedono di essere riconosciuti, accettati e confermati. Il neonato e poi il bambino scopre che il suo modo di alimentarsi può diventare strumento di potere, può essere usato come un messaggio rivolto alle altre persone, come quando vorrà opporsi agli adulti per ottenere qualcosa e sperimentare la propria identità e autonomia. Ad esempio, mangiare può essere uno dei modi con cui il bambino manifesta la rabbia nei confronti dei suoi familiari, che non riesce ad esprimere in una forma più diretta.

Come si è visto, il cibo è innanzi tutto un piacere dettato dal gusto, ma può essere anche motivo malessere o di compensazione. Se viene utilizzato dal genitore come modalità per gestire emozioni o se è vissuto in maniera poco flessibile, si corre il rischio di trasmettere schemi non positivi ai bambini.

Ad esempio quando il cibo viene utilizzato come calmante, come consolatore, ad esempio per interrompere il nervosismo o le richieste del bambino che inducono anche nell’adulto uno stato di ansia o di disagio; si tendono a preferire cibi dolci (latte e biscotti, succhi, caramelle, merendine, ecc.); magari accompagnato dalla frase “Se stai bravo/a ti do latte e biscotti, una merendina, una caramella...”). In questo modo lo stesso comportamento genitoriale, diventa una sovralimentazione del bambino che ha radici emotive, in quanto mette a tacere lo stato di disagio, anziché favorirne l'esplicitazione e la comprensione. E' altrettanto poco utile utilizzare il cibo come premio o associarlo all’idea dell’appagamento emotivo (sostituendo ad esempio un abbraccio o il giocare insieme con un dolce o un gelato). Nemmeno promettere “qualcosa di buono” se il bambino finisce qualcosa di “meno buono”. Questo non farà altro che alimentare il divario tra cibo cattivo (la cui assunzione deve dunque essere premiata per lo sforzo) e cibo buono (il premio “goloso”). Con queste modalità educative, si crea fin da piccoli, la convinzione che il cibo possa essere associato al piacere e magari anche a una condizione di relax, aspetto questo ulteriormente alimentato anche dagli spot pubblicitari. In questo modo il cibo diventa un anestetico o un sostituto di qualcos'altro, con cui si cerca di alleviare la sofferenza emotiva, la frustrazione, sentimenti quali la rabbia o la vergogna o l’insoddisfazione. In questo modo il cibo assume la funzione di riempire un vuoto che per qualche ragione si è creato.

Questa è la cosiddetta fame emotiva, quando il cibo viene utilizzato per calmare uno stato d’animo; il cibo diventa uno strumento che aiuta a non sentire dolore, o persino una vera e propria forma compensatoria di piacere. Quando si 'sente' questo tipo di fame, si ha la tendenza a mangiare una quantità di cibo non necessario al nostro fabbisogno, e si usa il cibo per scopi diversi da quelli della soddisfazione alimentare, bensì come mezzo di compensazione. La fame emotiva non è vera e propria fame, non nasce dal bisogno fisiologico di nutrirsi, ma è scatenata da fattori psicologici come: stress, ansia, noia, tristezza.

Il sentimento che per definizione stimola la fame emotiva è lo stress: in questo caso, infatti, il nostro corpo produce l’ormone cortisolo (ormone dello stress) che alimenta il desiderio di cibi grassi e zuccherati che diano una “sferzata” di energia e di piacere. Ad esempio un litigio, l'ansia di non essere all'altezza, la scarsa autostima, la delusione per qualcosa o l'aver deluso qualcuno, la solitudine; sono tutte situazioni che possono indurci al bisogno di staccare e di fare una pausa mangiando qualcosa. Sono soprattutto gli eventi negativi a scatenare il desiderio di buttarsi sul cibo. Se ci si sente sommersi dal piacere del cibo, è possibile evitare le emozioni che è fastidioso sentire.

Anche la noia scatena la fame emotiva. Spesso quando non si ha nulla da fare, mangiare diventa l'alternativa piacevole per ingannare il tempo e fare qualcosa, distraendoci dai sottostanti sentimenti di inutilità e di insoddisfazione per la propria vita.

Mangiare ha una potente azione antistress ed è il modo più immediato per sentirsi meglio e compensare a bisogni emotivi insoddisfatti. È anche il modo più primordiale con cui compensiamo a qualcosa che manca e di cui non siamo consapevoli. I meccanismi di compensazione a livello cerebrale sono gli stessi circuiti della ricompensa che agiscono nelle forme di dipendenza (sostanze, gioco d’azzardo, internet, ecc.). Proprio per questi motivi mangiare in preda ad un determinato stato emozionale può diventare una abitudine dannosa.

Di solito la voglia di assumere alimenti nel mangiare emozionale assume carattere compulsivo ed è diretta verso scelte alimentari di scarsa qualità (cibi pronti, a portata di mano o “cibi spazzatura”), ha anche una spiegazione neurofisiologica; poiché molti alimenti contengono triptofano, un amminoacido che stimola la secrezione di serotonina, l’ormone cosiddetto “del buonumore”. Esso, tra le diverse sue funzioni sostiene gli equilibri umorali del sistema nervoso centrale, infatti bassi livelli di serotonina sono associati ad angoscia, tristezza, irascibilità, depressione; per questo gli alimenti ricchi dell’amminoacido triptofano agiscono come antidepressivi naturali (cioccolato fondente, noci, semi di sesamo, banane, datteri, avena, pollo, uova, ecc).

Non tutti i cibi ad alto contenuto di triptofano producono automaticamente serotonina: per essere sintetizzata è necessaria la presenza di carboidrati, ferro e vitamine del gruppo B. Il meccanismo di azione dei cibi con queste caratteristiche può essere riassunto così: l’aumento dello zucchero nel sangue provoca la produzione di insulina, che favorisce la penetrazione dei nutrienti nelle cellule, ad eccezione del triptofano, che resta in circolo nel sangue e viene facilmente assimilato a livello del sistema nervoso centrale, dove viene poi trasformato in serotonina. Non a caso i cibi dolci sono detti anche comfort food e sono quelli che cerchiamo quando ci sentiamo giù di tono o preoccupati per qualcosa.

A tale proposito i ricercatori della Penn State University si sono chiesti se sia l’umore a influenzare la scelta di determinati cibi o se siano i cibi a influenzare l’umore. Essi hanno evidenziato che tanto più erano stati consumati cibi molto calorici, ricchi di sale e grassi; tanto peggiore era l’umore nei due giorni successivi la loro assunzione.
Quando ci si sente particolarmente tristi si tende ad aumentare il consumo di cibi zuccherini o che aumentano il rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore che aiuta a provare benessere e attiva le vie della gratificazione. I livelli di dopamina, aumentano solo in via transitoria e quando tornano ai valori normali, rimane il senso di colpa per aver ingurgitato calorie inutili, che minano la forma fisica. Il solo senso di colpa fa precipitare nuovamente l’umore, ancora più di prima. In questa situazione il cibo diventa qualcosa di negativo e inizia un dialogo interno di rimprovero verso se stessi: “ho mangiato come un porco”, “mi faccio schifo”, “non ricordo neppure cosa ho mangiato”. Dopo questi episodi ci si sente anche frustrati poiché si ritiene di non avere più la forza di volontà di dominare gli impulsi, ci si sente impotenti di fronte al cibo e ai propri stati d’animo, si tende a rinunciare a cercare atteggiamenti alternativi più sani di vivere e si evita di affrontare le proprie emozioni. Ci si da per vinti.

Per poter attivare un processo di cambiamento rispetto al mangiare in preda dalla fame emozionale, è bene imparare a distinguere tra la fame emotiva e fisica; ci sono degli elementi che ci permettono di distinguerle.

  • La fame emotiva sopraggiunge improvvisamente. Si presenta col bisogno urgente ed irrefrenabile di soddisfarla; la fame fisiologica viene in modo più graduale.

  • Con la fame emotiva si desiderano alimenti specifici che danno un immediata gratificazione al gusto, quasi sempre con cibi grassi o spuntini zuccherati che forniscono una carica calorica immediata (es. cioccolato). Quando si è fisicamente affamati, qualunque cibo può andare bene, come ad esempio le verdure.

  • La fame emotiva spesso porta a mangiare senza consapevolezza rispetto a ciò che si è mangiato (es. sacchetto di patatine intero, vaschetta di gelato da 1kg, scatola di cioccolatini, ecc.), senza realmente prestare attenzione, nè provando pieno piacere. Quando si sta mangiando in risposta alla fame fisica, si è in genere più consapevoli di ciò che si sta facendo.

  • La fame emotiva non è soddisfatta anche quando si ha la sensazione di pienezza. Si tende a volere sempre più cibo, fino a sentirsi gonfi. La fame fisica, non comporta di mangiare fino all’eccesso, fa percepire il senso di sazietà, non di ripienezza.

  • La fame emotiva la si avverte come un desiderio che non si riesce a togliere dalla testa, fa rimpiangere di aver mangiato, facendo provare sensi di colpa o vergogna. Quando si mangia per soddisfare la fame fisica, è improbabile che ci si senta in colpa o che si provi vergogna, perché si sta dando al corpo ciò di cui ha bisogno.

La fame emotiva comporta una serie di problematiche e conseguenze sia di ordine salutare che psicologiche: aumento di peso, abitudini alimentari scorrette, ansia che si intensifica o si abbassa in relazione al mangiare, bassa autostima, isolamento, depressione. Pertanto è importante imparare a gratificarsi in maniera positiva e salutare, senza ricorrere come di abitudine al cibo.

Se si sente il bisogno di dimenticare una delusione o un insuccesso è bene iniziare a pensare che accanto alla trasgressione culinaria, il disagio può essere sfogato anche in un altro modo come: passeggiare, correre, cantare; oppure parlare, cercare il contatto con gli amici riflettendo e cercando di rilassarsi e capire dove e come si è sbagliato.  

Per gestire la fame emotiva, è importante il riconoscimento e l’identificazione delle emozioni legate al cibo, distinguendole dalla reale sensazione di fame. Poiché il cibo è usato proprio per scappare da quelle emozioni considerate intollerabili.

Bisogna allenarsi ad accettare quelle emozioni, a starci dentro senza doverle subito eliminare, accogliendole. Chiedendosi di cosa si ha fame in realtà, di comprendere a quali bisogni si dà una risposta col cibo. Può essere fame di compagnia, di amore, di apprezzamento, di piacere.

E' necessario cercare forme alternative al cibo per poter soddisfare quel bisogno; spostare l'attenzione su altro. Le alternative potrebbero essere: telefonare a un’amica/o, piangere se si è tristi, dedicarsi a ciò che piace (fare la maglia, ricamare, cucire, fare attività fisica, modellismo, leggere, ecc.).

Inoltre è fondamentale imparare a sintonizzarsi sui propri naturali meccanismi di fame e sazietà, ad autoregolarsi ascoltando il proprio interno, senza essere influenzati da imposizioni esterne.

Questo percorso può essere affrontato con l’aiuto di uno psicoterapeuta, abbinando ad una riabilitazione alimentare con il sostegno di un dietista.

La psicoterapia aiuterà gli individui ad imparare nuovi metodi per far fronte allo stress, e ai sentimenti ed emozioni sgradevoli, permettendo ai propri stati emotivi di manifestarsi, imparando a tollerandoli e gestirli senza doverli immediatamente reprimere. La dietista stabilirà un percorso di educazione nutrizionale, al fine di insegnare comportamenti alimentari sani e corretti.

Il percorso integrato con i professionisti insegnerà a controllare e ad essere più sicuri delle proprie capacità, aiuterà a riscoprire la propria persona, a sviluppare le proprie capacità relazionali e personali, a ritrovare confidenza con il proprio corpo e soprattutto a trovare comportamenti adattivi nella gestione delle emozioni, migliorando l'autostima e il rapporto con il cibo.

 

 

 


 

SARA PINARELLO

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