Continuum fra dismorfofobia e anoressia

La dismorfofobia (D) è definita come l’autopercezione di eccessivi difetti e inestetismi del proprio corpo; è una tematica particolarmente diffusa a causa di diversi modelli socio culturali e per una costante e crescente fragilità adolescenziale.

Un ruolo fondamentale lo svolge la società, che attribuisce un valore esagerato a forme, dimensioni e immagine corporea.

Si parla di D. quando, un corpo privo di difetti evidenti, viene vissuto come non adeguato, brutto e/o deforme, oppure quando, in presenza di una lieve irregolarità, questa viene amplificata e percepita come grave deformità, e può arrivare a ostacolare una normale vita socio relazionale.

La D interessa, ad oggi, fra il 2-5% della popolazione, con percentuali maggiori fra i 14 e i 28 anni, colpendo maggiormente soggetti di sesso femminile.

Il fenomeno psicosociale maggiormente diffuso è la D. innescata da modelli perfezionistici di fisico e da tendenze socioculturali, che si manifesta con estrema attenzione al corpo e alle sue forme e che può portare a una regressione antropologica.

Quest’ultimo aspetto, è tipico di alcune tribù africane dove, essendo il corpo privo di abiti, ne viene enfatizzata ogni caratteristica, ad esempio con abbondanza di decorazioni cutanee.

Quello che, fino ad alcuni decenni fa era affidato all’abbigliamento, sembra essersi trasferito a livello morfologico, anche nella società occidentale, con conseguente esibizione, sulla pelle e nel corpo, di piercing, tatuaggi, capigliature eccentriche.

Si è passati dal ben essere al bel essere, fenomeno che può sfociare in forme eccessive di attenzione e/o interventi invasivi.

Spesso dietro a tali ostentazioni ci sono disturbi alimentari, diete estreme, utilizzo eccessivo di palestre, interventi estetici/chirurgici, forme depressive, ansia prestazionale, comportamenti compulsivi.

Tutto ciò, in realtà, è scarsamente correlato con la presunta idea di bello o perfetto.

Parti del corpo, sostanzialmente normali, sono percepite come deformate e l’attenzione si focalizza sulle forme, proprie e altrui, in una costante e intrusiva comparazione ossessiva, che alimenta forme compulsive.

Il meccanismo è falsato alla base, in quanto si tende ad adottare come riferimento un modello sganciato dal quotidiano, ma ricorrente e martellante nei mass media, (es: indossatrici, attori).

In base alle statistiche internazionali, è l’adolescenza, a causa delle fisiologiche trasformazioni fisiche e morfologiche, con acquisizione dei caratteri sessuali secondari, la fascia anagrafica con maggiore percentuale di D.

Le difficoltà e i dubbi nell’accettare il proprio corpo in trasformazione, che imperativamente deve adeguarsi ai modelli di riferimento prevalenti, si verificano maggiormente in alcuni tratti personologici, considerati predisponenti, quali ad esempio il disturbo ossessivo compulsivo di personalità, che è caratterizzato da importanti tratti di perfezionismo e rigidità.

La pelle, il naso, il peso corporeo, l’addome, il seno, le cosce, i denti e le gambe sono, in ordine decrescente, le parti del corpo che causano maggiore insoddisfazione e su cui si focalizza l’attenzione ossessiva.

L’anoressia è una delle conseguenze peggiori e più comuni associabile, almeno in parte, a una distorta percezione corporea.

Nei soggetti di sesso maschile, è più frequente l’anoressia riversa, cioè il desiderio di accrescere la massa muscolare.

I criteri per porre una corretta diagnosi di anoressia sono principalmente i seguenti:

  • magrezza volontaria, non costituzionale, con mantenimento del peso sotto la soglia minima considerata normale per altezza, età e conformazione
  • forte timore di ingrassare, pur essendo sottopeso
  • costante preoccupazione per l’aspetto fisico e il peso, sempre percepito come insoddisfacente
  • rifiuto di ammettere la gravità della propria magrezza
  • amenorrea da due/tre cicli.

Studi condotti con RMN cerebrale, hanno consentito di formulare la teoria del blocco allocentrico.

Secondo questa ipotesi, la rappresentazione del nostro corpo prende forma da due diversi sistemi di riferimento spaziale: egocentrico, che integra le percezioni e la sensazione che partono dal nostro corpo e allocentrico, che immagazzina la nostra immagine per come la percepiamo dall’esterno (come quando ci si vede allo specchio).

Un deficit nel processo di conversione delle informazioni corporee dal sistema egocentrico a quello allocentrico, a causa di alterazioni delle aree cerebrali deputate a queste funzioni, impedirebbe alle pazienti di aggiornare la propria immagine corporea immagazzinata nella memoria a lungo termine.

La percezione del proprio corpo reale non riuscirebbe quindi più a modificare la rappresentazione del proprio corpo, rivissuta in terza persona attraverso la memoria: il soggetto si trova ancorato al corpo virtuale, che nemmeno drastici cambiamenti del corpo reale sono in grado di mutare.

Questo spiegherebbe perché le pazienti con anoressia temono di ingrassare anche quando sono in condizioni di grave deperimento psicofisico.

L’insoddisfazione verso il proprio corpo sarebbe quindi anche causata da quello che potrebbe essere definito una specie di difetto di circuito.

Considerando le caratteristiche cliniche e la teoria eziopatogenetica comune, potremmo considerare la D. e l’anoressia come facenti parte di un unico spettro, un continuum ininterrotto, ai cui estremi possono collocarsi forme lievi di D. e, dall’altro, forme estreme di anoressia.

Le due entità possono restare distinte oppure, nel corso della vita, a causa di fattori predisponenti di tipo personologico e/o genetico e/o ambientale, da un estremo si può passare all’altro, in maniera graduale o brusca e rapida.

Nelle fasi di “passaggio” da un disturbo all’altro, soprattutto se esse avvengono in maniera graduale e su una D radicata e di lunga data, spesso risulta difficile cogliere i segnali di transizione, che potrebbero scongiurare il conclamarsi del DCA vero e proprio.

Non è facile gestire una D in quanto la sintomatologia, sebbene vissuta in maniera sintonica, ha caratteristiche di intrusività, perniciosità e sganciamento dal “reale” ed è pertanto difficile approcciarsi ad un disturbo che la persona affetta non riconosce avere origine psicologica.

C’è la convinzione, con assoluto senso di certezza, che il disturbo sia esclusivamente di natura fisica e che, come tale, vada trattato: ciò avviene ricorrendo, in casi estremi, a interventi chirurgici invasivi e/o demolitivi.

Essendo il senso di realtà quello che è compromesso e che è all’origine del disturbo, è a quel livello che andrebbero fatti gli interventi, di tipo psicoterapeutico e/o psicofarmacologico, così come nel caso di pazienti con anoressia.

 

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