CIAO! TI PRESENTO SARA PINARELLO PSICOLOGA PSICOTERAPEUTA TEAM EDERA

Ciao Sara, recentemente mi è capitato di leggere una famosa frase attribuita a J.W. Goethe che recita  “Posso impegnarmi a essere sincero, ma non a essere imparziale” e mi sono interrogata sulla presenza di questi due elementi – sincerità e imparzialità – nell’ambito della relazione d’aiuto.

In base alla tua esperienza di psicologa-psicoterapeuta, come si conciliano, nel setting terapeutico, le sensibilità personali dell’operatore e la necessità di rimanere un “ osservatore imparziale”, imperturbabile e distaccato senza assumere un atteggiamento, reale o percepito, critico, censorio e/o  rigido?

Ciao Sandra, la sincerità e l'imparzialità sono elementi imprescindibili per il lavoro dello psicoterapeuta, sono fondamentali per la creazione dell'alleanza terapeutica.

Uno degli strumenti principali utilizzati dall'Analisi Transazionale (AT) è il contratto, che porta all'instaurarsi dell'alleanza terapeutica e chiarisce il tipo di lavoro che paziente e terapeuta andranno a fare insieme. Il terapeuta mette a disposizione le proprie competenze professionali e il paziente si rende disponibile a collaborare al percorso di cura.

Nel contratto si definiscono esplicitamente le regole del setting (frequenza delle sedute, durata, onorario, modalità pagamento, i contatti telefonici, la riservatezza); si analizza la richiesta iniziale e stabiliscono gli obiettivi, dopo aver esaminato gli ostacoli e le resistenze che si potrebbero incontrare durante il processo di cambiamento e si esplicitano i metodi del trattamento.

E' importante essere sinceri con il paziente, rispondere alle sue domande in maniera chiara, fornirgli le informazioni richieste, rassicurarlo, favorire la creazione di un relazione  basata sulla fiducia e sul rispetto, che favorisca e consenta al paziente di sentirsi libero di raccontarsi e rilevarsi.

L'empatia è un’ altra caratteristica che consente, attraverso un ascolto attento di sintonizzarsi sulla lunghezza d'onda dell'altro, di mettersi nei suoi panni e comprendere in maniera profonda i suoi vissuti, le sue esperienze e le sue emozioni.

Questo può rendere difficile il rimanere imparziali, il non dare consigli o esprimere opinioni.

Ma il compito dello psicoterapeuta è proprio rimanere imparziale, astenersi dal fornire qualsiasi giudizio personale sulla situazione del paziente; non fornire consigli o suggerimenti su come superare un determinato problema. Lo psicoterapeuta aiuta il paziente a riflettere, a capire quali sono le sue risorse e le sue capacità in modo tale che  egli individuerà in autonomia la soluzione al suo problema. Il terapeuta incoraggia il paziente a esplorare ogni possibile soluzione senza che censuri i propri pensieri. L'obiettivo è quello di aiutate il paziente a fare chiarezza, a riscoprire le sue risorse e di conseguenza aumentare la fiducia in sé stesso.

Eric Berne il padre dell’AT ha intuito come la relazione tra paziente-terapeuta sia centrale nel processo di cura, ha compreso l'importanza della dialettica tra dimensione relazionale e intrapsichica.

Oggi il professionista è una persona che nell’interazione può parlare di sé, mette in campo il suo sistema di valori, i suoi sentimenti,  in termini Analitico Transazionali usa tutti e tre i suoi Stati dell’Io. Questo favorisce lo sviluppo autonomo dell’analizzato, poiché vi è uno scambio alla pari nella relazione.

Quando il paziente impara a vedersi con gli occhi del terapeuta acquisisce il diritto di esistere, di essere nel mondo. Dunque, l’agire terapeutico del professionista ha a che fare con l’offrire se stesso come strumento di rispecchiamento per il paziente all’interno della relazione e ciò avviene per mezzo della relazione.

Nella vita quotidiana, nelle relazioni personali, come facciamo a stabilire e difendere i nostri confini, e con quali criteri possiamo selezionare le persone che possono o non possono entrare nel nostro spazio ?

Porsi nei limiti nelle relazioni è un'azione sana e protettiva.

Talvolta le persone la vedono come un muro eretto allo scopo di isolarsi; inoltre si devono considerare anche le convenzioni sociali.

Questi pregiudizi fanno sì che questo processo decisionale non venga attuato.

Credo che la regola da tenere presente per prendere in considerazione se porre dei limiti in una relazione sia la sensazione di disagio o di ansia che proviamo.

Se ci si ascolta con attenzione, si capisce quando una relazione è soddisfacente, se è arricchente oppure no. E' importante comprendere queste sensazioni, la natura di tale disagio e riflettere su di esso, magari confrontarsi con la persona interessata. Se in seguito  alla riflessione e al confronto il disagio dovesse permanere, probabilmente è il caso di porre un limite.

Dire no, non sempre è facile, ma è una opportunità di crescita e di cambiamento per sé stessi. Permette di essere più assertivi, di esprimere liberamente le proprie opinioni senza senso di colpa. Permette di essere più autentici e spontanei.

A questo punto anche per te la domanda di rito, Sara raccontaci qualcosa di te, perché e quando hai deciso di diventare Psicologa Psicoterapeuta e in quali ambiti oggi eserciti la tua professione?

La psicologia mi ha sempre affascinato. Conoscere e comprendere il comportamento e il  pensiero delle persone, il diverso modo di relazionarsi degli individui mi ha sempre interessato.

Ricordo che quando ero in terza media e dovevo scegliere l'Istituto superiore, i miei genitori mi hanno domandato: “Sei sicura di voler andare al Liceo Psico Pedagogico?”. A quel tempo era il primo anno di questo indirizzo di studi, la mia risposta è stata: “Sì, perchè c'è Psicologia dal primo anno!”.

Da lì poi il percorso è stato ovvio, Facoltà di Psicologia a Padova, specializzazione in psicoterapia Analitico Transazionale a Pisa, un master sul Comportamento dei Disturbi Alimentari e poi corsi, convegni e studio personale per tenermi aggiornata e approfondire le mie competenze professionali.

Ad oggi esercito la libera professione in ambito clinico, faccio parte con te e le altre colleghe del Team Edera che si occupa di disturbi del comportamento alimentare e lavoro in un Centro Diurno Alzheimer some supervisore.

Il mio lavoro mi permette di scoprire i molteplici aspetti delle persone, la loro complessità, fragilità, resilienza e tenacia, mi dà la possibilità di crescere, di conoscermi meglio e di migliorarmi come persona.

Il mio lavoro mi appassiona!

Nella pratica clinica cerchiamo di accompagnare i nostri pazienti verso condizioni di autonomia in cui farsi carico della responsabilità della propria vita, di essere proattivi nell’affrontare gli ostacoli, di esprimere il proprio sé. Queste abilità necessitano di una buona dose di autodisciplina ed  è anche necessario imparare a rinunciare a una parte di libertà in favore della responsabilità. A questo proposito Sara come ti comporti con i tuoi pazienti e Sara che rapporto ha con le regole?

Nella psicoterapia le regole sono fondamentali, poiché definisco la relazione terapeuta- paziente. Sono le regole che aiutano a costituire l'ambiente tecnicamente adatto alla relazione terapeutica, costituita dagli accordi etici professionali, amministrativi e dalla stanza in cui si svolge la psicoterapia che deve essere silenziosa, accogliente, riservata.

Essere chiari, fornire le informazioni necessarie, stabilire e concordare le modalità di relazione e di svolgimento delle sedute. Esplicitare e concordare le regole permette al terapeuta e al paziente di conoscere come muoversi nella relazione, le reciproche responsabilità e compiti.

Elemento importante, a seconda della fase della terapia, o delle circostanze o esigenze le  regole possono essere ricontrattualizzate tra le parti.

Per quanto riguarda me personalmente, sono sulla stessa linea.

Credo che sia bene che ci siano le regole e che vengano rispettate, come ad esempio in questo momento in cui è necessario che tutti facciamo appello al nostro senso civico e di responsabilità e restiamo a casa (emergenza COVID-19).

Crescendo ho imparato che è importante essere flessibili, che siamo in continuo cambiamento e per questo è bene che le regole assecondino la situazione.

Cambiare non significa necessariamente stabilire nuove regole, magari si scopre che è bene per noi che una regola 'vecchia' torni in auge o che in un determinato momento e in uno specifico ambito della nostra vita è bene non darsi regole. Indipendentemente dalle regole penso che per ciascuno sia bene ascoltarsi,  sintonizzarsi con se stessi per capire di cosa si ha bisogno.

Un’ultima domanda per te Sara, quali riflessioni suscita in te questo pensiero espresso da Caterina Carbonardi, Team Leader molto carismatica: “Esiste un attimo in cui tutto ti sembra così ordinario, che in quel momento puoi decidere di riordinare l’ordinario o di fare qualcosa di nuovo e straordinario”.

Penso che il cambiamento parta sempre da qualcosa di conosciuto di 'ordinario', ma se ci diamo il permesso di vederlo da un punto di vista differente o di comportarci in maniera diversa da come facciamo di solito, chissà dove potremmo andare o cosa potremmo fare.

Uscire dalla propria zona di comfort fa paura, crea ansia e preoccupazione, poiché non si sa cosa ci sia 'fuori', c'è l'incertezza, ma ci sono anche molte nuove possibilità.

La motivazione al cambiamento, la voglia di cambiare la propria routine, la noia, un pizzico di fiducia in più in noi stessi e di coraggio ci permettono di fare diversamente il passo.

Quando mi hai citato questa frase mi è venuta in mente la poesia “La strada non presa” di Robert Lee Frost, in particolare gli ultimi versi:

 “...due strade divergevano in un bosco ed io - io presi la meno battuta, e questo ha fatto tutta la differenza.”
Grazie Sandra

Grazie a te Sara per averci dato la possibilità di conoscerti meglio

S A N D R A  C A T A R S I 

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