Ciao! Ti presento Annalisa Bassi Medico Psichiatra Team Edera

“Avrei dovuto fare [...] lo psichiatra: sapere cosa frulla nella testa degli altri ti impedisce di spremerti le meningi per sapere cosa frulla nella tua”.

Ciao Anna, durante la preparazione della tua intervista, mi sono imbattuta in questa frase tratta da un film francese il cui titolo originario è “Dialogo con il mio giardiniere” e racconta la storia di un pittore cittadino che si trasferisce in campagna dove incontra un vecchio amico che assume come giardiniere; tra i due nasce un grande affiatamento fatto di ricordi, di discussioni che danno vita ad una serie infinita di luoghi comuni estremamente stereotipati.

Ho subito pensato che fosse la partenza perfetta per dialogare con un’amica, una professionista che pratica una disciplina, la Psichiatria, che impropriamente si trova a combattere le resistenze del pensiero comune, nonché lo stigma a cui spesso i pazienti con disturbi mentali sono sottoposti.

Le malattie mentali, di qualsiasi ordine e grado, rappresentano problematiche sempre più frequenti, eppure continuano ad essere  percepite dai più come la risultante di una moltitudine di preconcetti duri a morire.

E’ veramente così difficile dipanare il groviglio di paure e di timori che alimenta il pregiudizio nei confronti della disabilità mentale? Il pensiero comune, in questo ambito, rappresenta forse il senso di impotenza e di scarsa conoscenza di queste problematiche?

Purtroppo è alquanto complicato fronteggiare le paure relative al disagio mentale e la ragione principale è che si tratta di patologie non tangibili, né obiettivamente verificabili e/o misurabili. Ciò alimenta il pregiudizio.

Sai Sandra, se ho una gamba rotta e ingessata, è visibile a tutti, se ho febbre, è misurabile.

E’ opinione comune che sono entrambe condizioni che il paziente “non si è cercato” e che non può controllare.

Il pregiudizio verso la patologia psichica è inerente al luogo comune che ”basterebbe un po' di buona volontà per uscirne…si deve fare forza…deve reagire…ha una bella vita…non c’è niente che non vada…”.

Ciò riguarda soprattutto i disturbi dell’umore (la depressione in particolare), nell’errata convinzione che dipenda dalla volontà del paziente di poterne guarire.

La realtà è che, il sintomo maggiormente invalidante di un episodio depressivo maggiore, è proprio l’annullamento della volontà: il paziente non ha potere sulla scomparsa del quadro clinico, così come non l’ha avuta sulla sua insorgenza.

Per comprendere questo basilare concetto basterebbe chiedersi “ma chi è quel paziente che, potendo, non deciderebbe di guarire?”.

Per rispondere al tuo secondo quesito, sono vere entrambe, la scarsa conoscenza e il senso di impotenza.

Il pensiero comune si incanala in due direzioni, che sono in antitesi fra loro:

---nel caso della scarsa conoscenza, si compie in buona fede l’errore di spronare il paziente “a venirne fuori”, non comprendendo come ciò non sia possibile e come ciò ingeneri conseguenti sensi di colpa e impotenza nella persona, che si sente inadeguata e indegna.

---laddove la conoscenza si è acquisita, per esperienza diretta o indiretta, scatta il senso di impotenza e frustrazione, in quanto si è capito che un approccio terapeutico (spesso è utile quello multidisciplinare) è indispensabile e imprescindibile e che “da soli non possiamo farcela”.

Anna, raccontaci qualcosa di te, perché e quando hai deciso di diventare psichiatra e in quale ambiti oggi eserciti la tua professione?

Dopo la laurea in Medicina e l’abilitazione professionale, ho ottenuto la specializzazione in Psichiatria, entrambe presso l’ Università di Pisa.

Ho un Master di II livello in Criminologia e Scienze Psichiatrico Forensi (Università di Genova) e un Master in diagnosi e cura dei Disturbi Alimentari e dell’ Obesità.

Svolgo da sempre la libera professione ambulatoriale, sia per quanto riguarda gli aspetti clinici che peritali.

In precedenza ho lavorato al CeIS di La Spezia, che gestiva diverse sedi comunitarie per pazienti con doppia diagnosi.

Ho lavorato a contratto presso il Centro di Igiene Mentale di Aulla (MS)

Sono stata il Direttore Sanitario di alcune strutture per minori.

Ho un ambulatorio a La Spezia, dove ricevo su appuntamento.

Sono inoltre il Direttore Sanitario di una Comunità Alloggio residenziale, inserita all’interno di un’azienda agricola a Varese Ligure, che ospita ragazzi con disagio psichico, per i quali si creano progetti riabilitativi individualizzati.

Sono cofondatore di EDERA, che, come ben sai, si occupa in maniera integrata di Disturbi Alimentari e obesità.

L’interesse per questa branca della medicina mi è insorto al quarto anno della facoltà medica quando, ancora prima di svolgere il corso in psichiatria, ho seguito quello in farmacologia del sistema nervoso, in particolare incentrato sugli psicofarmaci.

Studiare il loro meccanismo d’azione recettoriale, la farmacocinetica e la farmacodinamica, mi ha spalancato le porte di un mondo affascinante, fino ad allora quasi completamente sconosciuto, relativo alla capacità che hanno tali farmaci di aiutare i pazienti con disturbi psichici in fase di acuzie, laddove inizialmente solo una psicoterapia non è sufficiente.

Ovviamente devono essere usati sotto stretto controllo specialistico, con particolare attenzione al calibrarne i dosaggi, anche in rapporto alla presenza di eventuali patologie organiche, all’assunzione di altri medicinali, siano essi psicotropi o meno.

Chi ti conosce apprezza le tue doti di concretezza, realismo, senso pratico, indipendenza. Sei una macchina da lavoro, non ti fermi mai e cerchi di mantenere alto il livello di performance in tutto ciò che fai: tutte queste doti come si conciliano con il bisogno di chiedere e ricevere aiuto dagli altri?

Mi riconosco nelle caratteristiche che hai elencato e forse proprio a causa di esse per me non è facile chiedere aiuto in maniera diretta, sebbene spesso, come ognuno di noi, ne abbia necessità.

Mi sono accorta però, che aiutare gli altri, sia in àmbito privato (quindi in maniera “meno “istituzionale”), che professionale per me si traduce indirettamente in un ricevere aiuto, senza averne fatto richiesta.

Nella vita quotidiana, nel lavoro come nella vita di relazione, secondo la tua percezione, quanto delle tue caratteristiche di abnegazione, affidabilità, fermezza vengono comprese e quanto vengono fraintese con durezza, rigidità, giudizio?

Concordo sul fatto che le caratteristiche personologiche che hai citato potrebbero ingenerare, a una prima osservazione, un certo fraintendimento, sia in una sfera lavorativa, ma soprattutto, in campo privato.

Ho notato però che, approfondendo la conoscenza, le persone si accorgono che non sono una persona giudicante e che i miei tratti di rigidità, in un confronto aperto e chiaro, si smussano facilmente.

Un’ultima domanda per te Anna. Come risuona in te questo suggerimento di Victor Frankl (Neurologo-Psichiatra) ai suoi allievi - “siate come volontari in una spontanea Relazione di Aiuto quando aiutate, ma poi togliete l’aspetto pubblico e spettacolare dell’intervento e fate sempre come se foste nello spazio privato e proprio della casa della persona che aiutate: lo spazio clinico per prendersi cura con professionalità, ma che mai perde l’entusiasmo di chi lo fa per il semplice e disinteressato amore e benessere dell’altro”. Come si esercita la dolcezza, l’ascolto, la comprensione, la cura e l’attenzione  nella relazione d’aiuto?

A una professione come la mia, prima della capacità di porre diagnosi e calibrare la cura individualizzata per ogni paziente, viene richiesta necessariamente un’altra caratteristica, che esula dai titoli accademici che un medico può avere conseguito, e che risulta prioritaria: è l’empatia, cioè la capacità di comprendere lo stato d’animo altrui, che può essere di sofferenza, ma anche di gioia e che si traduce nel “mettersi nei panni dell’altro”.

Questo non deve però sfociare in un blocco emotivo, né in un senso di pietismo, che impedirebbe la corretta presa in carico della persona, con la grave conseguenza di non farne gli interessi…vero è il detto “il medico pietoso fa la piaga purulenta”.

Grazie Anna per averci dato la possibilità di conoscerti meglio.

S A N D R A  C A T A R S I 

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